Solthar
Informazioni
Campo Valore Tipo Regno costiero Governo Monarchia, con il concorso delle grandi Case di banca e d’armamento Sovrano Caelorn Varricus Capitale Thalmyra Sede del Re Thalmyra, Palazzo Reale di Thalmyra Altre città Calydra, Kymessa, Phylakion Fiume principale Kelados Confini Thalassar, Ferrata, Vindelia, le montagne centrali, la Foresta di Umbra Esercito Guardie cittadine e mercenari; flotta Economia Banche, commercio marittimo, sapere; olio, vino, sale, vetro, pergamena Moneta Monete d’argento (l’argenteo, detto «la nave») Istituzioni Accademia di Thalmyra, Banca Reale di Solthar Fede Silenzio Prima apparizione L’età dei regni
Solthar è un regno costiero piccolo ma ricco, incastrato tra le terre settentrionali di Thalassar, le montagne centrali del Continente e le propaggini della Foresta di Umbra. Lo governa Re Caelorn Varricus dal palazzo di Thalmyra, la città che al Sud chiamano la Lanterna per via della sua Accademia.
È un regno che conta più di quanto pesi. Non ha la popolazione né le legioni di Thalassar, «il regno più ricco e popoloso del Continente», come lo chiama lo stesso Varricus; possiede però la più grande Accademia del Continente, banche capaci di finanziare intere dinastie, porti fortificati, una buona flotta e astronomi che calcolano il movimento delle stelle con una precisione sconosciuta agli altri Regni. Sulla grande mappa di Aeterna la sua pedina è minuscola rispetto a quelle di Thalassar e di Valdoran, ma intorno le stanno disposti segnalini che indicano porti, banche e rotte commerciali.
Al Nord, dove sono cresciuto, Solthar era una parola che si pronunciava con il tono che si riserva ai cugini ricchi: un po’ d’invidia, un po’ di disprezzo e la segreta speranza di ricevere un prestito.
Geografia e territorio
Solthar si affaccia sul mare orientale del Continente, a Nord di Chrysepolis: le navi che salpano dalla capitale di Thalassar verso Thalmyra fanno rotta a settentrione. Verso l’interno confina con Ferrata, il regno delle miniere tra le montagne centrali, e con Vindelia, stretta tra Solthar, Ferrata e le terre di Aeterna. Verso Thalassar, a meridione, ha confini e passi che in tempo di guerra vanno presidiati.
È un paese più lungo che largo: una striscia di costa che corre da Sud a Nord, e dietro la costa la terra che sale a gradini. Il primo gradino è una costa frastagliata di calcare bianco, fatta di promontori, baie strette e scogliere a picco, con poche spiagge e molti scogli che i piloti conoscono per nome. Il secondo sono le colline, ed è quello che conta: dorsali basse e rotonde, spesso così vicine al mare da scendervi con un salto di roccia, tagliate a terrazze e coperte di ulivi, viti, fichi e mandorli. Il terzo è il pendio che si alza verso le montagne di Ferrata, con boschi di castagni e di querce e villaggi sempre più radi. A Sud-ovest le colline si fanno scure e finiscono contro le propaggini della Foresta di Umbra, dove i boscaioli di Solthar non raccolgono neppure la legna caduta. In nessun punto il Regno è più largo di tre o quattro giorni di cammino; un corriere a cavallo va da Thalmyra alla corte di Ferrata in due.
La sua posizione ne fa una strada obbligata. Un esercito di Thalassar che volesse salire verso il Nord dovrebbe attraversare le campagne di Aeterna, e ci vorrebbero mesi, oppure la Foresta di Umbra, e nessuno è tanto pazzo; oppure Solthar. Fra Thalassar e Solthar la terra si restringe in un corridoio lungo la costa, una fascia di qualche chilometro fra le scogliere e i rilievi dell’interno, dentro la quale passa la vecchia strada costiera dell’Impero. Chi tiene le fortezze del corridoio tiene la porta del Regno, e a Thalmyra lo sanno da sempre. Per mare il discorso cambia: secondo il logoteta di Thalassar, Solthar non può raggiungere i Serakh per terra e non ha navi abbastanza per farlo per mare senza lasciare scoperte le proprie città.
Il clima è mite: inverni piovosi e brevi, estati asciutte in cui un pozzo vale più di una vigna, e la mattina una foschia di mare che copre le città fino a metà delle colline. In autunno il vento di levante porta le mareggiate e chiude i porti per giorni.
Dei fiumi di Solthar so soltanto che i suoi abitanti li considerano immensi. Quasi tutti sono torrenti che scendono dalle colline, rombano per un mese all’anno e il resto del tempo sono letti di sassi. L’unica eccezione è il Kelados, che nasce fra le montagne di Ferrata, attraversa le colline in una gola e sfocia a Nord di Thalmyra in un estuario largo e fangoso: è navigabile dalle chiatte per un giorno di risalita, e i solthariani ne parlano come i marinai parlano dell’Oceano. Un barcaiolo di Chrysepolis lo chiamerebbe un canale. Io l’ho attraversato su un traghetto in meno tempo di quanto ci volesse a contrattare il prezzo.
Popolazione e insediamenti
Solthar è popolosa sulla costa e quasi vuota all’interno. Quante anime conti, nessuno ha saputo dirmelo: un tabellione di Thalmyra sosteneva che il Regno intero non arriva a metà della gente di Thalassar, un banchiere che ne vale comunque il doppio. Io credo a tutti e due.
Delle altre città del regno, oltre a Thalmyra, i rapporti ufficiali tacciono: si parla di porti al plurale, di città sulla costa e di fortezze verso il confine con Ferrata, senza nomi. I nomi li ho raccolti sui moli. Calydra è il porto più meridionale, l’ultimo prima del corridoio verso Thalassar: una città murata stretta attorno a una baia, piena di doganieri, di mercenari di guarnigione e di barili di pesce salato, con le saline stese nella laguna alle sue spalle. Kymessa sta all’estuario del Kelados, a Nord: lì arriva per la strada del Nord il grano di Vindelia, e lì si costruiscono quasi tutte le navi mercantili del Regno, con il legname che scende dall’interno sulle chiatte del fiume. Phylakion è una città di collina sulla strada imperiale che sale verso Ferrata, nata attorno a un vecchio posto di guardia dell’Impero: è la prima delle fortezze verso il confine, e il luogo dove i convogli carichi di ferro e carbone che scendono dalle montagne si fermano a pagare dazio e a cambiare i muli.
Fuori dalle città ci sono i villaggi dei pescatori, aggrappati sotto le scogliere e raggiungibili spesso soltanto dal mare; i villaggi di pietra delle colline, con le case addossate l’una all’altra attorno al frantoio e alla chiesa; e le ville delle famiglie nobili, grandi case di campagna con il torchio da una parte, la biblioteca dall’altra e i contadini in mezzo. Nei porti vive molta gente di fuori: isolani delle Sette Isole, mercanti di Thalassar, mulattieri di Ferrata scesi con i convogli.
I solthariani hanno capelli scuri e carnagione chiara, che diventa pallida man mano che si sale verso l’Accademia. Gli occhi verdi, mi dicono, sono rari tra gli abitanti di Solthar. Parlano la lingua comune con un accento morbido; nei porti la mescolano con parole delle Isole, nelle aule con la lingua antica dell’Impero, che i maestri usano per farsi capire meno.
Governo e amministrazione
Solthar è una monarchia, e il Re governa con l’aiuto di uomini che si occupano soprattutto di numeri e di notizie: il Tesoriere reale, che è anche direttore della banca della Corona e serve da trent’anni, e il Maestro delle Spie, che dirige una rete di informatori fatta di mercanti, piccioni addestrati lungo le rotte costiere e perfino di una spia dentro la corte di Thalassar. I funzionari del Regno controllano ogni carico che arriva nel porto di Thalmyra, diretto alla città o all’Accademia. L’Accademia stessa, dicono i suoi maestri, «esiste sotto la protezione del Re», e le imprese più costose o rischiose richiedono l’approvazione della Corona.
Detto questo, chi immagina un Re che comanda e un popolo che obbedisce non ha capito Solthar. La Corona è la più grande delle Case di banca del Regno, non l’unica, e il Re governa come un socio di maggioranza. Quando ha bisogno di denaro straordinario convoca il Consiglio dei Banchi, cioè i capi delle grandi Case di banca e d’armamento di Thalmyra e delle altre città: nessuna legge lo obbliga a farlo, ma un Re che non li convoca trova i forzieri chiusi. Il Consiglio non vota leggi; presta, oppure no, e a Solthar le due cose si somigliano molto. Quando un nuovo Re sale al trono, prima ancora della benedizione della Chiesa, presta il Giuramento del Registro: posa la mano sul grande libro della Banca Reale e giura di onorare i debiti contratti dalla Corona, compresi quelli del predecessore. Senza quel giuramento nessun banchiere di Thalmyra gli presterebbe una moneta. Altrove si giura sulla spada o sugli antenati; qui sulle colonne del dare e dell’avere.
Le città della costa hanno ciascuna la sua Curia, un consiglio di notabili scelti fra armatori, banchieri e capi delle arti, che si occupa di mura, acqua, mercati e guardie; accanto alla Curia il Re mette un epitropo, un amministratore che presiede le sedute, riscuote le entrate della Corona e scrive a palazzo ogni settimana. In ogni porto un limenarca assegna gli ormeggi e controlla pesi e misure, e sotto di lui i commerciari riscuotono il quarantesimo, la quarantesima parte del valore di ogni merce che passa per i porti e per le porte delle strade. La Corona vive più di dogane che di terre. La campagna paga il censo degli ulivi: ogni tanti anni gli agrimensori del Re contano gli alberi uno per uno, e un ulivo nascosto ai conti è, per un contadino di Solthar, il più bel peccato che si possa commettere.
Tutto quello che si riscuote si scrive, e si scrive due volte: ogni registro importante esiste in duplice copia, in due luoghi diversi, perché un incendio non basti a cancellare un credito. Gli archivi della Corona occupano interi piani sotterranei del palazzo; dove stiano le copie, non me l’ha voluto dire nessuno.
Legge e giustizia
A Solthar si applica il diritto dell’Impero, o almeno quello che i giuristi dell’Accademia sono riusciti a ricostruire e a mettere d’accordo; il resto lo hanno aggiunto i mercanti. Le raccolte di consuetudini dei porti, scritte e riscritte da generazioni di notai, regolano noli, naufragi, avarie, società e cambi, e nei tribunali valgono quanto i compendi imperiali, a volte di più.
Ogni porto ha la sua Corte del Molo, che siede su una loggia aperta sopra le banchine e giudica le liti fra mercanti, armatori e marinai: la presiede un magistrato del Re, affiancato da due mercanti estratti a sorte fra quelli iscritti nei registri della città. Si dice che a Solthar una lite di mare si chiuda prima che la nave riparta, e per le liti piccole è vero. Le altre passano ai tribunali delle città e, per le cause più gravi, al giudizio del Re.
Il cuore della giustizia, qui, è il contratto. Lo redige un tabellione, il notaio pubblico, lo sigillano le due parti con i loro anelli e una copia si deposita presso la parrocchia, insieme agli altri registri. È così che i contratti sottoscritti con Solthar godono della protezione della Chiesa: un contratto vale perché un giudice, un sacerdote o un sovrano costringeranno il debitore a rispettarlo, e a Thalmyra nessuno lo dimentica. Chi non paga perde prima i beni, poi la libertà, e finisce nella Casa dei Debitori di Thalmyra finché la famiglia o un creditore più paziente non lo riscatta. Al banchiere che fallisce si spezza il banco sul molo, davanti a tutti, e il suo nome resta segnato nei registri delle Corti per una generazione. Il falsario di monete viene marchiato in fronte con il suo stesso conio, che è un modo molto solthariano di restituire a un uomo il frutto del suo lavoro.
I ladri pagano multe e frustate; a Solthar non si recidono nasi, come a Thalassar, perché un uomo mutilato non lavora e un uomo che non lavora non paga i debiti. Chi rompe un contratto di condotta, cioè un mercenario che abbandona il servizio o passa al nemico, riceve il marchio di bando, impresso a fuoco sul collo: da quel giorno nessuno a Solthar può assumerlo. Gli avvocati abbondano. A Thalmyra, mi assicurano, anche i ladri ne hanno uno, e i migliori si fanno pagare in percentuale sulla refurtiva.
Economia
Solthar vive di banche, commercio e sapere. Il porto di Thalmyra si stende lungo la baia con banchine, magazzini, gru e argani che scaricano casse provenienti dalle Sette Isole; i mercanti di Solthar arrivano fino ai porti corsari delle Isole, dove le monete d’argento di Solthar corrono accanto ai sesterzi di Thalassar. Il cristallo di Thalmyra è un lusso che costa. Le banche custodiscono non soltanto l’oro dei mercanti, degli artigiani e delle famiglie comuni, ma anche quello della Chiesa: l’oro della Cittadella dorme nei forzieri dei banchieri di Thalmyra. Della Banca Reale e del credito parlo nella voce che le dedico.
Intorno all’Accademia vive mezza città: locandieri che affittano stanze agli studenti, conciatori di pergamene, vetrai che fanno lenti e ampolle, artigiani che costruiscono scaffali e leggii, contrabbandieri che oltre al vino e alle spezie fanno entrare manoscritti rubati e reliquie imperiali. A Thalmyra, dice un mio vecchio appunto, la ricchezza non si misura in spade, navi o campi: si misura in scaffali.
La terra. Sotto le banche c’è comunque una campagna, e lavora. Le colline danno olio, che è il primo raccolto del Regno, vino, fichi secchi, mandorle, miele e lana di capra; i frantoi delle colline lavorano da novembre a febbraio e in quei mesi l’aria dei villaggi sa di sansa. Il grano, invece, è poco: le terrazze sono strette e la terra magra, e Solthar compra buona parte del pane che mangia, dalle pianure di Vindelia per la strada del Nord e dalle navi che arrivano dal Sud. È il suo punto debole, e i banchieri lo sanno: un Regno che compra il grano deve sempre avere di che pagarlo.
Il mare. Le saline di Calydra danno un sale bianco che si vende fino a Ferrata. I pescatori prendono acciughe, sardine e polpi tutto l’anno e, in primavera, i grandi tonni che passano lungo la costa, intrappolati in reti a camere calate davanti ai promontori; il pesce si sala in barili o si lascia macerare al sole per farne la salsa scura che i solthariani mettono su tutto. Il resto lo fa il traffico: noli, ormeggi, riparazioni, rifornimenti.
Le botteghe. Thalmyra produce vetro e cristallo, lenti per gli occhi stanchi dei vecchi, ampolle, specchi piccoli; pergamena e carta, quest’ultima battuta nelle cartiere lungo i torrenti delle colline con stracci comprati in tutti i porti; inchiostri; strumenti per misurare il cielo e il mare, globi, astrolabi; e libri, naturalmente, copiati a riga da centinaia di copisti.
Il credito. Le Case di Solthar prestano ai Re, ai mercanti e alle città, e hanno inventato più modi di farlo di quanti un uomo del Nord riesca a contare. C’è il prestito di mare: il banchiere anticipa il denaro per un viaggio e lo riavrà con un interesse altissimo, ma se la nave affonda il debito affonda con lei. C’è la società di mare, in cui uno mette il capitale e l’altro il viaggio, e al ritorno si divide il guadagno. C’è la lettera di credito, con cui un mercante deposita a Thalmyra e ritira ad Aeterna o a Chrysepolis presso il banchiere corrispondente. E ci sono le scommesse sul ritorno delle navi, che i preti non approvano e i banchieri chiamano prudenza.
La moneta. La moneta del Regno è un pezzo d’argento puro e pesante, con il volto del Re su un lato e una nave sull’altro. I funzionari lo chiamano argenteo; al porto lo chiamano «la nave», e una buona giornata di scaricatore vale mezza nave. Se ne coniano anche frazioni in argento più sottile e piccole monete di rame per il mercato.
Commercio
Solthar commercia con tutti, e con alcuni anche quando non dovrebbe. Verso Sud le sue navi scendono lungo la costa fino a Chrysepolis e oltre, verso lo Stretto delle Spezie, da cui arrivano pepe, cannella e tutte quelle radici profumate che i mercanti vendono senza saper dire da dove vengano. Verso Est e Sud-est c’è l’arcipelago delle Sette Isole, con cui si scambiano olio, vino, tessuti e ferro contro spezie, legni rari, perle e pesce secco. Verso l’interno parte la strada imperiale che sale per Phylakion fino alle montagne di Ferrata: su quella strada salgono olio, vino, sale, pesce salato, tessuti e viveri, e scendono ferro, carbone, zolfo e armi. Molto del ferro di Ferrata arriva al mare passando per le mani di un mercante di Solthar, e il mercante, naturalmente, ci guadagna. Verso Nord, il grano di Vindelia.
Quello che Solthar esporta davvero, però, non pesa: credito, libri e traduzioni che le biblioteche di tutti i Regni comprano a peso d’argento, portolani che ogni capitano onesto compra e ogni capitano disonesto ruba. E notizie, perché la rete dei mercanti è anche una rete di informatori.
Nei porti i mercanti stranieri devono alloggiare nei fondachi, grandi magazzini con stanze al piano di sopra, dove dormono, contano e vengono contati; il commerciario segna chi arriva, chi riparte e con che cosa. Le Case di Solthar tengono agenti fissi nelle città che contano: uno di loro cura ad Aeterna gli affari di Solthar, ed è un uomo che conosce i conti della Cittadella meglio di molti Cardinali.
Esercito
È il punto debole, e tutti lo sanno. L’esercito di Solthar è composto soprattutto da guardie cittadine e mercenari: uomini ben armati e pagati con regolarità, ma non necessariamente disposti a morire. Le guarnigioni proteggono i porti, le rotte commerciali e i confini minacciati da Thalassar, e il «piccolo esercito» del Regno non può permettersi di rischiare una coorte. I cittadini conoscono la retorica, il commercio, la navigazione e le leggi; pochi saprebbero resistere alla pressione delle legioni professionali dei Serakh. Solthar ha messo al bando alcune compagnie di ventura, i cui uomini ne portano il marchio al collo.
La flotta è buona, ma le sue navi non possono affrontare in mare aperto i dromoni di Thalassar. Per questo Solthar combatte come combatte un mercante: compra. Nessuno dichiara guerra, naturalmente. Come ho scritto da qualche parte, a Solthar si combatte con l’oro, al Sud con l’acciaio.
Le guardie. Ogni città mantiene la sua guardia, pagata metà dalla Curia e metà dalla Corona: uomini del posto, con un elmo, una cotta, uno scudo e soprattutto una balestra. La preferiscono all’arco perché si impara in un mese; un mercante di Thalmyra me l’ha spiegata così: «È l’arma di chi ha un lavoro». A Thalmyra c’è anche la Guardia del Re, che tiene il palazzo, i moli reali e i banchi della Corona, ed è meglio armata, meglio pagata e meglio vestita di qualunque altro reparto del Regno. In teoria ogni cittadino maschio deve difendere le mura della sua città; in pratica chi può paga lo scudatico, una tassa che lo esenta, e con quella tassa si pagano altri uomini.
I mercenari. Il grosso delle forze di Solthar in guerra lo fanno le compagnie assoldate. Ogni ingaggio è una condotta, un contratto scritto e registrato presso l’Ufficio delle Condotte del palazzo: quanti uomini, quanti cavalli, per quanti mesi, a quale paga, e la clausola che la compagnia non potrà servire un nemico di Solthar per un anno dopo la fine del servizio. Le paghe le portano i questori del Re, una volta al mese, davanti ai reparti schierati, contate moneta per moneta. È per questo che i mercenari servono volentieri Solthar, e anche per questo i solthariani sanno che servono Solthar finché Solthar paga.
Il mare e il confine. La flotta della Corona ha i suoi moli a Thalmyra, i moli reali, e un piccolo cantiere; le sue navi sono più leggere e veloci dei dromoni, buone per scortare convogli e cacciare pirati, non per una battaglia in linea. In guerra il Re noleggia e arma le navi delle Case, i cui armatori forniscono anche molti capitani. I porti hanno mura, torri all’imboccatura e posti d’osservazione sulle scogliere, in buona parte imperiali. Verso Thalassar le difese sono le fortezze del corridoio, Calydra e i forti sui passi dell’interno, tenuti da mercenari a rotazione; verso Ferrata, Phylakion e le fortezze della strada. Il ferro, gli elmi e le punte di balestra vengono quasi tutti da Ferrata, e sono buoni.
Società
I solthariani passano, nel resto del Continente, per gente colta, pallida e litigiosa sulle parole. A Thalmyra le dita macchiate d’inchiostro sono un segno di rango, e ho visto figli di mercanti macchiarsele apposta prima di uscire di casa. Possedere un testo che nessuno comprende è segno di cultura; comprenderlo davvero sembra quasi un’attività da servitori.
Di nobili ce ne sono, e di un genere particolare. Un nobile di Valdoran vi mostra le cicatrici e le mura del suo Castello; un nobile di Solthar vi trascina nella biblioteca di famiglia ed elenca i manoscritti ereditati dagli antenati. Alle grandi cerimonie di Aeterna le delegazioni di Solthar siedono nelle prime file, avvolte in mantelli scuri.
Sopra tutti sta la Corona. Subito sotto ci sono le Case: le grandi famiglie di banca e d’armamento, che possiedono navi, magazzini, banchi e, molto spesso, i debiti delle famiglie nobili. Poi ci sono i nobili veri e propri, con le loro ville, le loro terre a ulivo e le loro biblioteche, che al porto chiamano con un certo affetto «i Libri». Le due cose tendono a confondersi: una Casa arricchita compra terre e un titolo, una famiglia nobile impoverita dà la figlia a un banchiere. A Solthar un titolo si compra, ma si paga anche in libri: una famiglia che sale deve fondare la propria biblioteca, e le prime generazioni comprano volumi a peso, senza leggerli, come altrove si comprano cavalli.
A parte stanno gli uomini dell’Accademia, maestri, studenti, archivisti e copisti, che godono di privilegi antichi: sono esenti dalla guardia e dallo scudatico, rispondono per le liti interne al giudizio dei loro maestri e non possono essere arrestati dentro le mura dell’Accademia senza il permesso del Consiglio. Poi vengono le arti, le corporazioni di mestiere: vetrai, conciatori, copisti, cordai, calafati, cambiavalute, ciascuna con il suo statuto, il suo altare nella cattedrale e le sue liti con le altre. In fondo ci sono i marinai, i pescatori e gli scaricatori del porto, che si assumono a giornata all’alba davanti alle gru, e gli schiavi, meno numerosi che a Thalassar: servi di casa nelle famiglie ricche, lavoratori delle saline, qualche rematore sulle navi mercantili più povere. Uno schiavo, a Thalmyra, è considerato un investimento lento e rischioso, e i banchieri preferiscono uomini liberi pagati a giornata: costano meno quando non servono.
Famiglia e vita privata
A Solthar anche il matrimonio è un contratto, e lo scrive un tabellione. La dote si conta in monete, in quote di navi e in libri, e il contratto dice con precisione che cosa torna alla famiglia della sposa se il marito muore in mare. Le mogli dei mercanti tengono i registri di casa e spesso quelli della bottega mentre i mariti sono in viaggio, e le vedove guidano le Case con una frequenza che al Nord farebbe scandalo: ho conosciuto una banchiera di Kymessa che prestava denaro a tre famiglie nobili e non permetteva a nessuno dei suoi figli di firmare una lettera senza averla letta lei. Una donna può tenere un deposito in banca a proprio nome, e molte lo fanno di nascosto dal marito.
L’eredità si divide fra i figli, con una sola eccezione: la biblioteca di famiglia non si divide. Passa intera a un solo erede, scelto dal padre fra i figli che sanno leggere meglio, e non sempre è il primogenito; a volte, nelle famiglie che non hanno maschi abbastanza istruiti, è una figlia. Gli altri ricevono denaro e terre e, per tutta la vita, il diritto di entrare nella biblioteca di famiglia a consultare i volumi. Ho visto fratelli non parlarsi per vent’anni a causa di un trattato di geometria.
A dodici anni i maschi entrano come garzoni in un banco o come mozzi su una nave. Nelle città alte le case hanno un cortile interno, una cisterna sotto il pavimento e una stanza per i libri, anche quando i libri sono tre; nella parte bassa si vive in case strette di pietra e legno, a più piani. I vecchi che hanno messo da parte qualcosa si comprano la vecchiaia: consegnano un capitale a una Casa e ne ricevono una rendita fino alla morte. Se muoiono presto, ci guadagna la banca. Se vivono troppo, i banchieri pregano per loro con un’intensità commovente.
Vita quotidiana
Le giornate delle città le scandiscono le campane del porto. La prima suona prima dell’alba e chiama gli scaricatori; la seconda apre i banchi e i mercati; a mezzogiorno il porto rallenta, le botteghe chiudono le imposte e chi può dorme, perché d’estate il calcare bianco rimanda il sole in faccia come uno specchio. Il pomeriggio è il tempo delle dispute, dei contratti e delle visite; la sera si accendono le lampade a olio e si scrivono le lettere, perché a Solthar chiunque abbia un affare scrive, e scrive molto.
Gli avvisi si affiggono alle porte dei banchi: prezzi, arrivi di navi, aste di merci, fallimenti, sentenze delle Corti, bandi del Re. Nelle osterie del porto c’è sempre qualcuno che sa leggere e li legge ad alta voce per gli altri in cambio di un bicchiere, e il bicchiere, se la notizia è buona, glielo pagano due volte. Si scommette su tutto: sull’arrivo delle navi, sul prezzo dell’olio, sull’esito delle dispute dell’Accademia. I dadi sono vietati nei giorni di festa e giocati in tutti gli altri.
Alimentazione
La tavola di Solthar è fatta di olio, pesce e pane comprato. Il pane bianco, di grano, è un segno di agiatezza; i poveri mangiano focacce di ceci e di orzo cotte sulla pietra, e d’inverno una zuppa di fave con olio crudo che i solthariani considerano il miglior cibo del mondo e che io considero commestibile. Il pesce si mangia fresco nei porti e salato all’interno: acciughe sotto sale, tonno in barile, polpi seccati al vento sulle corde come biancheria. La salsa di pesce, scura e fortissima, va su ogni cosa, e chi viene da fuori impiega una settimana a smettere di sentirla anche nel vino.
Il vino è chiaro e leggero sulla costa, scuro e pesante nelle valli interne; i ricchi lo bevono speziato con il pepe e la cannella che arrivano dallo Stretto, e Re Varricus, dicono, non ne beve d’altro tipo. Si mangiano fichi, mandorle, olive di ogni colore, formaggio di capra delle colline, miele di timo. Le spezie sono una cosa da ricchi, ma non soltanto: anche una vedova del porto mette un grano di pepe nella zuppa della festa, perché è il modo in cui Solthar dice al mondo che sta bene. Gli studenti dell’Accademia mangiano poco e male, e ne vanno fieri.
Abbigliamento e cultura materiale
In pubblico i solthariani vestono sobrio e scuro: tuniche lunghe di lana fine o di lino, mantelli neri, grigi o blu notte, cinture di cuoio senza ornamenti. È una sobrietà che costa moltissimo. La stoffa scura e uniforme è la più cara da tingere, e un mercante di Thalmyra riconosce a dieci passi la differenza fra un nero buono e un nero che stinge. In privato è un’altra cosa: velluti cremisi, sete delle Isole, babbucce morbide, e Re Varricus ne è l’esempio più noto. Gli uomini dell’Accademia portano tuniche scure con il simbolo della disciplina; i marinai berretti di lana impregnati di pece e casacche corte; le donne delle Case veli leggeri e un solo gioiello, purché vero.
Ogni uomo che abbia un affare porta al dito un anello con il sigillo, che vale quanto la sua firma e si eredita come una terra. Nelle case si trovano tavolette cerate, abachi, bilance con i loro pesi in scatole di legno, lucerne di terracotta e, nelle case ricche, specchi piccoli e bicchieri del cristallo di Thalmyra. I vecchi leggono con una pietra di vetro levigata appoggiata sulla pagina, che ingrandisce le lettere; un vetraio di Thalmyra me l’ha prestata un pomeriggio e da allora capisco perché i maestri dell’Accademia non muoiono mai: possono leggere anche da ciechi.
Religione
Solthar è fedele al Silenzio come tutti i regni del Continente: ha cattedrali, sacerdoti, Monumenta e paga la sua parte di Decima ad Aeterna. I migliori sacerdoti del Continente studiano all’Accademia di Thalmyra prima di tornare nella Cittadella. La Chiesa, del resto, la frequenta soprattutto come cliente.
La fede di Solthar è ordinata come i suoi registri. Ogni città ha la sua cattedrale e il suo vescovo, ogni quartiere la sua parrocchia, e le parrocchie dei porti sono le più affollate del Regno, perché prima di ogni viaggio il capitano porta al prete l’elenco dell’equipaggio, nome per nome, perché il mare non si prenda nessun nome senza che resti scritto da qualche parte. Al ritorno l’elenco si confronta con gli uomini sbarcati, e quelli che mancano ricevono il loro atto di morte. Il Monumentum di un mercante di Solthar è più spesso di quello di un uomo del Nord: oltre alle nascite, ai matrimoni e alle condanne, contiene i contratti, i debiti e le quote di nave, e qualche famiglia vi fa ricopiare anche i bilanci.
Fra le Nove Figure, a Solthar le più pregate sono Fortuna e Scambio, che nella cattedrale di Thalmyra hanno gli altari più ricchi e le candele più grosse, pagate dalle arti dei mercanti. I marinai si raccomandano al Profondo prima di salpare; gli studiosi a Sapienza, e la pregano, mi pare, come si prega un collega più anziano. La Decima del Regno non viaggia su carri di monete come altrove: la si paga con lettere di credito sui banchi di Thalmyra, perché l’oro della Chiesa, del resto, sta già lì.
Cultura e istruzione
Tutto, a Solthar, comincia e finisce nell’Accademia di Thalmyra, governata dal Consiglio dei suoi maestri, e ne parlo nella voce che le dedico. Qui basti dire che il Regno ha più gente capace di leggere di qualunque altro del Continente, Thalassar compreso: non per virtù, ma perché un mercante che non sa leggere un contratto è un mercante rovinato. Nelle città ci sono scuole di lettere e di abaco aperte a chi paga, e scuole delle arti dove i garzoni imparano a scrivere quanto basta per un registro; nelle campagne il prete insegna l’alfabeto ai figli dei contadini più svegli, e i figli dei contadini più svegli scappano in città appena lo hanno imparato.
Il commercio dei libri è un’arte come le altre, con le sue botteghe sotto i portici, i suoi falsari e i suoi ricettatori. Gli astronomi tengono tavole delle maree che usano anche i capitani, e le dispute pubbliche sono uno spettacolo: il popolo ci va come altrove si va alle corse.
Feste e usanze
L’anno di Solthar si apre con il mare. All’inizio della primavera, quando il levante smette di soffiare, si celebra l’Apertura del Mare: il vescovo benedice le navi alla fonda, i capitani portano in parrocchia gli elenchi degli equipaggi, e la prima nave che esce dal porto lo fa fra le grida di tutta la città, con un ramo d’ulivo legato alla prua. Chi la comanda non paga il quarantesimo su quel primo viaggio, e i capitani si contendono l’onore a colpi di raccomandazioni e di regali all’epitropo.
L’anno finisce invece con i conti. Nei giorni della Chiusura dei Registri, in pieno inverno, le banche restano chiuse, i debiti in scadenza si pagano o si rinnovano davanti al tabellione e le Case fanno a gara a condonare i debiti più piccoli dei poveri del loro quartiere, facendo poi incidere la generosità sui propri Monumenta. Nessuno, a Solthar, perde l’occasione di farsi ricordare per una buona azione che costa poco.
Il giorno dell’ammissione all’Accademia gli allievi nuovi ricevono il loro sigillo d’osso e attraversano la città in corteo fino alla cattedrale, mentre i vecchi studenti tirano loro addosso croste di pane. E c’è un’usanza che ho visto soltanto a Solthar: quando nasce un figlio, il padre gli apre un conto in banca, anche di una sola moneta, e il primo foglio del suo registro bancario si conserva insieme all’atto di nascita.
Strade, trasporti e comunicazioni
Le strade di Solthar sono quelle dell’Impero, e sono in condizioni migliori che altrove, perché il Regno ha denaro e mercanti che pretendono di arrivare in orario. La strada costiera corre da Sud a Nord lungo tutto il Regno: entra dal corridoio di Thalassar, tocca Calydra, sale a Thalmyra, attraversa il Kelados su un ponte imperiale a sette arcate rattoppato con il legno e prosegue verso Kymessa e le pianure di Vindelia. Dalla costa parte la grande strada che sale per Phylakion verso le montagne e verso Ferrata. Il resto sono mulattiere di collina, sentieri a gradini fra le terrazze e passi che d’inverno si chiudono.
Ma il vero sistema stradale di Solthar è il mare. Le merci pesanti viaggiano quasi tutte per cabotaggio, e un carico d’olio arriva da Calydra a Kymessa più in fretta e a miglior prezzo per nave che per strada. Le Curie mantengono fuochi sui promontori, e l’Accademia di Thalmyra, illuminata tutta la notte, serve da faro. Le notizie corrono per corrieri lungo le stazioni di posta e per colombe addestrate lungo le rotte costiere, che la rete del Re e quella delle Case usano allo stesso modo e, a volte, si rubano a vicenda.
Storia
Prima dell’Impero
Dell’antica storia del regno so poco. Nell’Accademia di Thalmyra si conservano cronache più antiche della fondazione di Aeterna, in cui compare già il nome di Umbra; ne ho visto una sola pagina, sotto vetro, e non ci ho capito niente. I maestri ne ricavano che sulla costa esistevano città di mercanti e di pescatori prima che arrivasse l’Impero, ciascuna con i suoi culti e i suoi porti, e che commerciavano già con le Isole. Il resto sono teorie, e su ogni teoria ci sono almeno due maestri che non si parlano.
Durante l’Impero
Sotto l’Impero la costa divenne una delle Province imperiali, governata da Aeterna come tutte le altre: l’Impero ne controllava direttamente i porti e le strade, ne riscuoteva i tributi e ne riceveva i registri. Thalmyra fu il porto principale della provincia e la sua scuola, dedicata alla conservazione dei testi antichi, crebbe accanto agli uffici dei governatori. Furono costruiti allora la strada costiera, il ponte sul Kelados, gli acquedotti delle città e le torri dei porti, che in buona parte stanno ancora in piedi. Sull’estremità della rocca di Thalmyra sorgeva il faro imperiale, una torre quadrata con una lanterna di bronzo in cima, in cui di notte si bruciava legna di pino resinoso portata dalle colline; ricordo l’odore, che arrivava fino alle banchine quando il vento girava. Lo ricordo, voglio dire, da un portolano dell’Accademia dove qualcuno l’aveva annotato a margine. Le carte, a volte, hanno un odore.
Caduta dell’Impero
L’Accademia esisteva già in epoca imperiale e, mentre quasi ogni altra istituzione si disfaceva dopo la morte dell’ultimo Imperatore, i dotti di Solthar continuarono ad accumulare libri; già allora Thalmyra possedeva una scuola dedicata alla conservazione dei testi antichi.
Nella Guerra Civile Solthar fece quello che sa fare: pagò. I governatori della provincia e le famiglie di mercanti che ne tenevano i porti comprarono la pace con quasi tutti i pretendenti al trono vuoto, e a molti di loro prestarono denaro per farsi la guerra a vicenda. Le banche di Thalmyra nacquero allora, o almeno diventarono allora quello che sono: mentre i Regni bruciavano campi e città, a Thalmyra si registravano i debiti dei vincitori e quelli dei vinti, e quando i vinti morivano si riscuoteva dai vincitori. Ci furono anche saccheggi e assedi, naturalmente, e il faro imperiale crollò in uno di quelli; ma la costa ne uscì meno devastata delle pianure.
Formazione del Regno
Come e quando i governatori diventarono Re, nessuno me l’ha saputo dire con precisione, e quelli che me l’hanno detto con precisione si contraddicevano. Le cronache di palazzo raccontano di una corona nata dalla volontà della provincia, le cronache delle Case di una corona nata da un prestito. Al porto si racconta che la prima corona di Solthar fu data in pegno a un banchiere prima ancora di essere indossata, e che il primo Re la riscattò con il bottino di una sola estate di guerre altrui. Non so se sia vero; so che a Thalmyra nessuno trova la storia offensiva, e questo dice parecchio. Il Giuramento del Registro, comunque, risale a quei tempi, e da allora nessun Re l’ha mai saltato.
Età dei Regni
Solthar ha firmato l’Armistizio che dodici anni fa chiuse la Guerra Civile, e da allora, come gli altri regni, versa tributi a Valdoran per la difesa del Limes. Con Thalassar i rapporti erano abbastanza buoni da far pensare a Solthar come partito per la principessa Thaleia, «prima che la situazione degenerasse».
All’inizio dei fatti che racconto, sul trono siede Caelorn Varricus, un Re che non ha mai comandato una coorte e che legge un bilancio più in fretta dei suoi scribi. Il Regno è ricco, prudente e nervoso: le legioni di Thalassar sono impegnate nel profondo Sud, e a Thalmyra tutti si chiedono dove guarderanno quando avranno finito, mentre nei banchi della città l’oro della Chiesa pesa come un’ancora.
L’età dei regni
Al concilio di Aeterna Varricus nega alle legioni di Thalios il passaggio per Solthar e denuncia la guerra di Thalassar contro Arakhan. Thalios giura vendetta e ordina ai fratelli di preparare la guerra contro Solthar; il logoteta Nikephoros la riduce a una squadra navale che colpisca i convogli e tenga in allerta la flotta di Varricus, «l’inizio della punizione». I dromoni thalassariani chiudono di fatto lo Stretto delle Spezie alle navi di Solthar. Al funerale di Lucius Aurelianus, le delegazioni di Solthar sedevano nelle prime file, avvolte in mantelli scuri.
Varricus risponde aprendo i forzieri della Banca Reale: compra pirati e capitani delle Sette Isole e mette taglie sui dromoni. I Corsari delle Sette Isole si riforniscono ai moli reali di Thalmyra e attaccano i trasporti di Thalassar. Nello stesso periodo il Re finanzia con «generosi fondi» la Spedizione di Lysandros a Umbra, che parte da Thalmyra travestita da missione cartografica, senza un solo soldato regolare: per le lame l’Accademia si rivolge alle compagnie di ventura.
Titus minaccia di ritirare tutti i depositi della Chiesa dalle banche di Thalmyra e di sciogliere i regni fedeli dall’obbligo di pagare i debiti con Solthar: «Farebbe fallire mezza Thalmyra», dice il Tesoriere della Cittadella. Varricus rifiuta e scrive a Ferrata e a Vindelia; nasce il Patto dell’Oro, del Ferro e del Sangue, in cui Solthar fornisce denaro, navi e diplomazia e ottiene che le truppe di Vindelia garantiscano i suoi confini. Il manifesto dei tre Regni viene distribuito nei quartieri mercantili prima dell’apertura delle banche; i mercanti vedono nel Re il difensore dei loro contratti, i banchieri finanziano la Corona e giurano che nessuna moneta ecclesiastica lascerà le loro casse. Da quel giorno le Decime restano nelle terre della Lega, e il mercante di Solthar non affida più il valore dei suoi contratti alla protezione di una fede universale. È lo Scisma.
Rapporti con gli altri Regni
Thalassar. Il grande vicino del Sud, ricco, popoloso, armato e affamato. I due Regni commerciano da sempre, si odiano da quasi altrettanto e si sono sempre trovati utili a vicenda: Thalassar ha bisogno dei banchieri e delle rotte di Solthar, Solthar ha bisogno che Thalassar resti dall’altra parte del corridoio. I Serakh considerano i solthariani bottegai e topi di biblioteca; i solthariani considerano i Serakh dei clienti che non leggono i contratti. Entrambe le cose sono vere, e nessuna delle due è rassicurante.
Ferrata. Il vicino delle montagne, che vende ferro, carbone e zolfo e compra olio, sale, vino e pane. I due Regni hanno bisogno l’uno dell’altro e non si piacciono affatto: per i fabbri di Domitius i banchieri sono uomini che spostano il lavoro degli altri da un registro all’altro, per i banchieri di Thalmyra i fabbri sono clienti che pagano in ritardo e bestemmiano in anticipo. Molte miniere di Ferrata, però, lavorano con denaro prestato a Thalmyra.
Vindelia. Il granaio. Solthar compra il grano delle sue pianure e le vende quasi tutto il resto, e i solthariani trovano i vindeliani pii, onesti e un po’ lenti, il che, detto a Thalmyra, è un complimento a metà.
Aeterna e la Chiesa. La Cittadella è il miglior cliente delle banche di Thalmyra, e anche il più pericoloso: il suo oro dorme nei forzieri della città e la sua protezione garantisce i contratti di Solthar in tutto il Continente. Il Regno paga la Decima, manda i suoi sacerdoti a studiare e i suoi banchieri a contare, e si comporta con la Chiesa come un buon socio: con rispetto, con puntualità e senza fidarsi.
Valdoran. Solthar paga la sua parte di tributo per la Sacra Missione, puntualmente e senza entusiasmo. Al Nord dicono che Solthar compra sicurezza con l’oro; a Thalmyra dicono che è il modo più economico di comprarla. Sul Limes nessuno ha mai visto un soldato di Solthar, e nessuno se l’aspettava.
Caldor. Lontano, sull’altro mare. I dotti di Thalmyra disprezzano l’Accademia di Caldor con la cura che si riserva ai rivali veri, e sospettano che Caldor voglia avanzare pretese sulle sezioni occidentali della Foresta di Umbra.
Arakhan e le Isole. Con il grande regno del deserto Solthar ha pochi affari diretti; con le Sette Isole moltissimi, puliti e meno puliti, e una buona parte delle spezie che arrivano a Thalmyra passa per mani che nessun commerciario ha mai registrato.
Note del Disertore
Ho passato a Solthar più tempo di quanto mi piaccia ammettere, e ne sono uscito ogni volta con meno soldi e più opinioni. La prima è questa: Solthar non è un Regno con molte banche, è una banca con un Re. Il Re giura sul registro, le città sono governate da chi presta denaro alle città, i nobili si misurano in scaffali e perfino i morti, qui, lasciano un bilancio. Ho conosciuto Regni governati dalla spada e Regni governati dai preti; questo è l’unico che abbia visto governato dalla fiducia, e la fiducia è l’unica cosa al mondo che si possa perdere in una mattina.
La seconda è che i solthariani non sono codardi, come dicono al Nord. Sono gente che sa quanto costa un uomo, e per questo non lo spende volentieri. Un Duce di Valdoran manda cento uomini a morire per una collina e poi si fa incidere la collina sul Monumentum; un banchiere di Thalmyra compra la collina, la affitta al nemico e con l’affitto paga cento mercenari. Non so dire quale dei due sia più morale. So quale dei due ha ancora i suoi cento uomini.
La terza è che un Regno che compra il grano, compra i soldati e compra perfino la pace ha un difetto solo: dipende da chi accetta di vendere. Finché il mondo vende, Solthar è il Regno più sicuro del Continente. Il giorno in cui qualcuno smetterà di vendere, e non per denaro, scopriremo se l’oro sa anche difendersi da solo. Io scommetterei di no. Ma a Thalmyra, naturalmente, troverei qualcuno disposto a prendere la scommessa, e a farmi firmare il contratto.
