Caldor
Informazioni
Campo Valore Tipo Regno costiero Sovrano Re Marcellus Virex Generale Gnaeus Ravilla Sede del Re Gundobria, la torre sul mare Porti principali Gundobria, Lamberga Territorio Una striscia di terra tra montagne rocciose e il mare nord-occidentale Confini Valdoran, di cui contesta alcune regioni meridionali; il mare occidentale; a Nord l’antica imboccatura del canyon di Kasm Colore Il rosso Economia Miniere, pesca, commercio di legname Esercito Legioni regie e leva degli uomini liberi Fede Il Silenzio Prima apparizione L’età dei regni
Caldor è un Regno costiero dell’Ovest, confinante con Valdoran. Chi lo descrive con una sola frase di solito sceglie questa: non è un Regno per uomini felici. È una striscia di terra ostile, stretta tra montagne rocciose e un mare percorso dalle gelide correnti nord-occidentali del Continente, con pochi approdi sicuri, campi magri e vallate così strette che in alcuni villaggi il sole scompare dietro i monti molto prima del tramonto.
Da generazioni Caldor guarda con rancore le terre dei vicini: le pianure del centro, i porti commerciali del Sud e soprattutto le vallate fertili di Valdoran, che d’estate diventano verdi di grano e di pascoli e hanno fiumi capaci di scorrere anche nei mesi più asciutti. Una parte di quelle regioni meridionali, sostengono i suoi Re, spetterebbe a Caldor secondo confini più antichi dell’Armistizio. Il suo sovrano è Marcellus Virex, il suo colore è il rosso.
Ho conosciuto pochi uomini di Caldor, quasi tutti mercanti o soldati, e nessuno che parlasse bene del proprio Re. Ne ho conosciuti ancora meno che parlassero male del grano altrui.
Geografia e territorio
Caldor occupa la costa occidentale, fra le montagne e il mare. È un Paese di pietra, di vento e di sale. Le montagne scendono quasi dritte nell’acqua, nude, color ferro, con pochi alberi storti nei canaloni; fra l’una e l’altra si aprono valli anguste, ciascuna con il suo torrente, il suo villaggio e la sua famiglia che comanda. A oriente, oltre i valichi, cominciano le vallate meridionali di Valdoran, che i Re di Caldor guardano da secoli come un uomo affamato guarda la finestra di una cucina.
La costa. Sulla qualità dei suoi porti le opinioni divergono. Chi ci vive parla di approdi rari e insicuri; alla corte di Thalassar, invece, si dice che Caldor abbia «buoni porti sul mare occidentale», e per questo un matrimonio con il suo Re sarebbe utile. Hanno ragione tutti e due. Per quasi tutta la sua lunghezza la costa è scogliera, secche e correnti, con nebbie che salgono all’improvviso e un vento che spinge le navi contro la roccia: lì una barca si salva soltanto in poche cale, e le cale sono piene di relitti. Ma in due o tre punti il mare entra in profondità fra le montagne, in insenature lunghe e strette, e lì l’acqua è calma, profonda e protetta da ogni vento. Sono pochi porti, ma quei pochi sono ottimi: Gundobria, dove il Re ha la sua torre, e Lamberga, più a Sud, dove attraccano i mercanti stranieri. Forse a Chrysepolis contano i porti come contano gli abitanti, includendo anche quelli che non ci sono; questa volta, per una volta, non hanno esagerato.
Il Nord. Dal mare occidentale, poco sopra Caldor, si apriva un tempo l’imboccatura del canyon di Kasm, il piccolo regno distrutto quindici anni fa, che penetrava verso l’interno fino alle terre del Limes di Valdoran. Oggi lassù c’è un braccio d’acqua scura fra pareti nere, e i pescatori di Caldor non ci vanno.
Le montagne di dentro. Più all’interno le valli salgono verso i passi e verso le miniere. Il cuore minerario del Regno è la valle di Rodenga, una gola dove il fumo delle fornaci non se ne va mai del tutto e dove i villaggi hanno più gallerie che case.
Popolazione e insediamenti
Caldor non è vuota come il Nord, ma è stretta: la gente sta dove c’è un palmo di terra piana o un approdo, e da nessun’altra parte. I villaggi di pescatori si aggrappano alle cale, quelli di pastori alle valli, quelli di minatori alle gole. In ogni valle una famiglia grande tiene una torre di pietra su uno sperone, e il resto della valle le deve qualcosa: lavoro, fedeltà, a volte soltanto la paura.
Le case sono di pietra a secco, basse, con i muri spessi un braccio e i tetti di lastre o di zolle d’erba tenute ferme da pietre contro il vento. Hanno porte strette e finestre piccole, e dentro c’è sempre fumo, perché la legna è poca, umida e cara.
Gundobria è la sola città vera del Regno: un porto in fondo a un’insenatura, un mercato, i magazzini del pesce e del piombo, la cattedrale, il mercato degli schiavi e, in cima a un promontorio, la torre del Re. Lamberga è più piccola e più allegra, perché ci passano più stranieri. Il resto sono borghi.
Governo e amministrazione
Caldor è una monarchia. Il Re governa da una sala del consiglio al piano superiore di una torre affacciata sul mare: pareti di pietra nuda, stuoie consumate e un camino dove brucia legna umida, che riempie l’aria di fumo senza riuscire a scaldarla. La stanza odora di sale, di cenere e di frustrazione, il che è forse il ritratto più fedele del Regno.
Accanto al Re siede il generale Gnaeus Ravilla, comandante dell’esercito e suo consigliere. Il Re di Caldor occupa uno dei nove troni minori della Sala del Trono di Aeterna e siede ai concili convocati dalla Chiesa.
Il Re e le valli. Il potere del Re si regge su tre cose: l’argento delle miniere, i pedaggi dei porti e le legioni che quell’argento paga. Le valli, invece, restano delle loro famiglie. Il Re le governa attraverso i castaldi, amministratori che tengono per lui le terre regie, le miniere, i porti e la giustizia maggiore, e attraverso i Commensali, guerrieri che mangiano alla sua tavola, gli hanno giurato fedeltà personale e lo seguono ovunque. Un capofamiglia di valle può sfidare un castaldo; sfidare un Commensale vuol dire sfidare il Re.
Il Campo delle Lance. Ogni primavera gli uomini liberi in armi si radunano sotto Gundobria. Il Re si mostra, si leggono le leggi nuove, si annunciano le campagne, e l’assemblea approva battendo le lance sugli scudi; se tace, il Re fa bene a pensarci. Come si diventi Re, a Caldor, non me l’ha spiegato nessuno in modo convincente: la corona passa per sangue quando il sangue è d’accordo, e quando non lo è decide chi ha con sé il tesoro e le legioni.
Legge e giustizia
La legge di Caldor è scritta, in un latino duro e storpiato che i giudici del Sud fanno fatica a leggere, ed è soprattutto un listino. La Tavola delle Composizioni fissa un prezzo per ogni offesa: un dente, un dito, un occhio, una mano, un orecchio, un colpo in testa che lascia vedere l’osso. Uccidere un uomo libero costa il suo prezzo di sangue, che cambia a seconda di chi era; un liberto vale meno, uno schiavo si paga al padrone come una bestia. Chi paga chiude la faccenda. Chi rifiuta di pagare, o di accettare, apre la faida, e la faida a Caldor è legale finché qualcuno non offre di nuovo il prezzo. La Tavola esiste proprio per questo: non per rendere giustizia, ma per contare i morti prima che diventino troppi.
Nelle cause dubbie si giura. L’accusato porta con sé dodici congiuratori, parenti e vicini, che giurano con lui davanti al Silenzio; se non li trova, la sua parola non vale niente. Fra uomini liberi, quando i giuramenti si contraddicono, il castaldo può concedere il duello. Le cause maggiori, il tradimento e i delitti contro il Re le giudica il Re.
C’è infine il diritto di naufragio: ciò che il mare getta sulla costa appartiene al castaldo del Re, che ne lascia una parte al villaggio che lo trova. Ho sentito dire che in certe cale le lanterne, nelle notti di nebbia, si accendono nei posti sbagliati. Non l’ho visto, e non lo scrivo.
Economia
La gente di Caldor vive scavando miniere profonde e avare e pescando in un mare freddo, e muore con la polvere e la salsedine incrostate sulla pelle. Le miniere danno piombo, rame e un argento che esce dal piombo a fatica, dopo fusioni lunghe e velenose; di oro, nelle gallerie, si parla molto e se ne vede poco. Il Re, intanto, porta le dita appesantite da anelli d’oro; da quali miniere venga quell’oro nessuno me l’ha saputo dire, ma non ho mai visto un minatore di Caldor con un anello. Le miniere migliori sono del Re, e ci lavorano schiavi, condannati e famiglie di minatori liberi che da generazioni non hanno visto altro lavoro.
Il mare dà aringhe, merluzzi, foche e alghe. Il pesce si sala, si affumica o si secca al vento su rastrelliere di pali, e il merluzzo secco di Caldor viaggia fino ai porti del Sud. Nelle valli si coltivano orzo e avena su campi concimati con le alghe, e si allevano pecore e capre che mangiano quello che le pecore del Sud rifiuterebbero.
Caldor non ha legname. Lo compra: travi per le gallerie, scafi per le barche, legna per le fornaci e per le caldaie in cui si fa bollire l’acqua di mare per ricavarne il sale. Per questo i suoi mercanti comprano il legname di Valdoran, attraversano le strade del Nord e si arricchiscono grazie ai passi che i soldati di Severian difendono dalle razzie. Senza i pini del Nord, a Caldor si spegnerebbero le miniere.
Come tutti i Regni del Continente, dopo l’Armistizio Caldor deve versare ogni anno a Valdoran il tributo della Sacra Missione, in denaro, grano e schiavi, perché il Nord tenga il confine con il Barbaricum. Secondo Re Severian, Caldor non paga quanto stabilito da almeno tre anni.
Commercio
Caldor esporta piombo, argento, pesce secco, lana grezza e uomini, sia nella forma di soldati sia in quella di schiavi; importa legname, grano, vino, stoffe e quasi tutto ciò che rende la vita sopportabile. Nei suoi due porti buoni attraccano navi di Solthar e di Thalassar; i capitani pagano il pedaggio al castaldo del porto e la pazienza ai doganieri.
Caldor ha anche un mercato degli schiavi, a Gundobria, abbastanza noto da essere citato dai corsari: una donna del Sud giovane e di sangue nobile, vi raggiungerebbe un prezzo considerevole (vedi Schiavitù). Molti schiavi finiscono nelle miniere, da cui pochi escono.
Un’usanza dei mercati di Caldor fa impazzire i forestieri: ogni vendita si chiude con un controdono, una cosa da poco che il compratore dà al venditore oltre al prezzo, un coltello, un pane, una moneta di rame. Senza controdono il contratto si può impugnare; con il controdono no. Ho visto un mercante di Solthar perdere una partita di piombo perché aveva pagato il prezzo pieno e si era dimenticato del pane.
Esercito
Caldor ha un esercito regolare, ordinato in legioni secondo l’uso del Continente, e capitani di lungo servizio. È più numeroso che sperimentato: la maggior parte dei soldati porta armature lucide e non ha mai affrontato una vera battaglia, e soltanto alcuni veterani conoscono l’odore del sangue. È un esercito fatto per presidiare, scortare e occupare, più che per vincere in campo aperto. Le legioni sono pagate con l’argento delle miniere, e per questo sono puntuali: è la sola cosa puntuale del Regno.
Sotto le legioni resta la vecchia leva. Ogni uomo libero di Caldor, l’exercitalis delle leggi, ha il diritto e il dovere di portare le armi: si presenta al Campo delle Lance, segue il castaldo quando il Re chiama, e in pace usa la lancia per le faccende di famiglia. È qui che sta la fama di Caldor come Regno rozzo e guerriero, e qui che sta il suo equivoco. A Caldor ci si picchia moltissimo e si combatte poco. Gli uomini delle valli conoscono la faida, l’agguato, la rissa nella sala del vino, il duello davanti al castaldo; quasi nessuno ha mai visto due eserciti schierati.
Il Regno deve spesso affrontare le incursioni dei pirati delle Sette Isole, come Thalassar. Per questo ha torri di guardia sui promontori, fuochi d’allarme lungo la costa e una piccola flotta di navi basse e veloci, buone per inseguire un pirata in una cala e inutili in mare aperto. Il Barbaricum, invece, lo conosce soltanto per sentito dire: al Nord si pensa che i barbari non arrivino fino alle sue coste perché in mezzo c’è sempre stata Valdoran.
Società
Non è un Regno di lussi: la stessa sala del consiglio del Re è di pietra nuda, e la legna che vi brucia è umida. La società è divisa in modo semplice. In cima il Re e i suoi Commensali; poi le famiglie grandi delle valli, che portano spesso nomi imperiali, e i castaldi; poi gli uomini liberi in armi, pescatori, pastori e minatori che si considerano guerrieri; poi i liberti; in fondo gli schiavi. Che la nobiltà porti nomi del vecchio Impero e il popolo nomi di valle, duri e brevi, dice già molto.
Un uomo libero di Caldor misura l’onore sulla barba e sulla lancia. Toccare la barba di un altro è un insulto che si paga con la Tavola o con il sangue; tagliarla a un prigioniero è peggio che frustarlo. Gli schiavi si liberano con un rito antico: il padrone li accompagna a un crocevia, li fa girare su sé stessi e li lascia andare per la strada che preferiscono. Da quel giorno sono liberti, e la strada che hanno preso la ricordano per tutta la vita.
Nelle altre corti la fama di Caldor è pessima. Re Severian chiama il suo sovrano «il solito ipocrita»; i principi di Thalassar lo chiamano pidocchio. Io, che non sono un principe, mi limito a dire che a Caldor la gratitudine è considerata una moneta falsa.
Famiglia e vita privata
A Caldor la famiglia è una parentela intera: fratelli, cugini, zii, tutti obbligati a pagare insieme il prezzo del sangue e a vendicare insieme chi non viene pagato. Chi non ha parenti non ha protezione, e chi la perde va a fare il soldato o il marinaio.
La donna sta sempre sotto la mano di un uomo: il padre, poi il marito, poi il figlio, o il castaldo quando non resta nessuno. Sposarla significa comprare dal padre la sua mano, cioè il diritto di proteggerla e di rispondere di lei. La mattina dopo le nozze il marito le fa il dono del mattino, terra, bestie o gioielli secondo le sue possibilità, che resta della moglie anche se rimane vedova e che nessun parente le può togliere. È l’unica cosa, a Caldor, che una donna possieda davvero, e le donne lo sanno: ne ho sentite discutere il valore del dono del mattino con più attenzione di quanta i loro mariti ne mettessero nella dote. Le donne, intanto, salano il pesce, riparano le reti, portano il minerale a valle e seppelliscono gli uomini.
I figli si dividono l’eredità a parti uguali, e per questo le terre di Caldor sono sempre più piccole e le liti sempre più grandi.
Vita quotidiana
A Caldor la giornata comincia con il vento. Le barche escono prima dell’alba, quando il mare lo permette, e tornano prima che la nebbia salga; i minatori scendono nelle gallerie con le lucerne e risalgono quando è già buio, e d’inverno non vedono il sole per settimane. Nei villaggi delle valli il sole se ne va dietro le montagne presto, e la sera è lunga, fumosa e umida.
La sera gli uomini si ritrovano nella sala del vino, che in ogni borgo è la casa più grande dopo la chiesa: si beve, si canta, si giocano a dadi pezzi di piombo e ci si offende. Le risse sono frequenti e quasi sempre finiscono con un conto in Tavola invece che con un morto. Quasi sempre.
Alimentazione
Si mangia pesce: fresco quando la barca torna, secco o salato tutto il resto dell’anno. Poi pappe d’avena, focacce d’orzo cotte sulla pietra, carne di pecora e di capra, sanguinacci, latte acido, cozze e alghe nelle annate magre. Il pane di frumento è una cosa che si regala, e il pane bianco una cosa che si guarda. Da bere c’è una birra scura e amara, fatta con l’orzo e con erbe di montagna; il vino arriva per mare e lo bevono i ricchi. Dicono che il Re ne beva molto. Io non l’ho mai visto bere; l’ho visto soltanto contare.
Abbigliamento e cultura materiale
Gli uomini liberi portano la barba lunga, che è il loro orgoglio, e i capelli rasati sulla nuca e divisi sulla fronte. Vestono tuniche di lino o di lana orlate di colore, brache, fasce di stoffa incrociate sui polpacci e mantelli pesanti chiusi da una fibula. Il rango si legge sulla cintura: una cintura a più strisce, ognuna con le sue guarnizioni di metallo, e un uomo importante ne porta più di quante gliene servano. Le donne portano trecce lunghe, vesti fino ai piedi e due fibule sul petto.
Il rosso di Caldor, quello degli stendardi e del sigillo, si fa con un lichene che cresce sulle scogliere e che le donne raschiano dalla roccia appese alle corde. È un rosso scuro, quasi bruno, che il sale non scolorisce. I soldati del Re portano tuniche di quel colore; le armature, se sono vecchie, sono annerite dalla salsedine come quella del generale Ravilla.
Le armi sono la lancia, lo scudo rotondo, la spada lunga per chi se la può permettere e per tutti un coltellaccio da cintura, buono per il pesce e per le liti. Ogni uomo ha un pettine d’osso o di corno, e con quel pettine viene sepolto.
Religione
Caldor segue il Silenzio e se ne proclama fedele: al concilio di Aeterna il suo Re ricorda di aver rispettato i trattati e di essere «rimasti fedeli al Silenzio». È una fede di confine, piena di calcoli: per chi governa Caldor il Silenzio non protegge chi si limita a pregare, ma chi sopravvive, e un granaio è meglio nelle mani di un Re fedele che in quelle di un’orda pagana.
Il popolo prega come prega chi lavora sotto terra e sopra l’acqua. Pescatori e minatori invocano il Profondo, che i sacerdoti nominano nelle preghiere per i marinai, e Fortuna, perché in mare e in galleria la Legge serve fino a un certo punto. Gundobria ha una cattedrale e un Vescovo; le parrocchie delle valli sono povere, e i preti spesso hanno un fratello nella faida.
Il mare e le miniere si tengono molti corpi. Per gli uomini che non sono tornati, le famiglie piantano nel recinto della chiesa una pertica, un palo alto con un uccello di legno in cima, voltato verso il punto in cui l’uomo è morto. Nei cimiteri della costa le pertiche sono più delle croci di pietra, e quando c’è vento gli uccelli girano tutti insieme. I sacerdoti hanno provato più volte a proibirle; le pertiche sono ancora lì.
Cultura e istruzione
Caldor possiede un’Accademia, a Gundobria, piccola e mantenuta dall’argento delle miniere, i cui studiosi non sono soltanto ragionieri del grano: si occupano di filoni e di fusioni, di maree e di stelle per i piloti, di ferite e di febbri. L’ultima missione che inviò verso Umbra comprendeva astronomi, guaritori e uomini addestrati alle paludi. Non tornò nessuno, come da tutte le spedizioni prima e dopo di lei (vedi Foresta di Umbra).
Fuori dall’Accademia si legge poco. I castaldi sanno scrivere quanto basta per i conti, i preti quanto basta per i registri. La cultura del Regno è cantata: lunghe storie in versi sulle faide delle valli, sui naufragi e sugli antenati, recitate nelle sale del vino da uomini che le hanno imparate dai nonni e le allungano a ogni generazione. La parlata è un latino tardo e storpiato, pieno di parole di valle, che gli stranieri trovano rozzo e i cantori trovano perfetto.
Feste e usanze
Il Campo delle Lance, in primavera, è insieme assemblea, mercato e festa: tre giorni di gare, di lance battute sugli scudi e di risse fra valli rivali, che il castaldo di Gundobria conta e fa pagare.
Le armi. Un ragazzo diventa uomo il giorno in cui un guerriero adulto, che non deve essere suo padre, gli consegna la lancia e gli taglia per la prima volta la barba. Da quel momento quell’uomo è il suo padre d’armi, e lo resta: lo difende nella faida, gli trova moglie e, se muore, ne paga il prezzo.
La benedizione delle barche si fa all’inizio della stagione buona: il prete passa lungo la riva, i pescatori portano a bordo un pugno di sale benedetto, e nessuno esce in mare quel giorno, per rispetto o per prudenza. Alla fine dell’inverno, nei villaggi dei minatori, si accende un fuoco all’imboccatura di ogni galleria per tutta una notte.
Ai funerali, chi può permetterselo si fa seppellire con la lancia, il pettine e la cintura, e con un Monumentum quando la famiglia arriva a pagarlo.
Strade, trasporti e comunicazioni
La vera strada di Caldor è il mare. Da una cala all’altra si va in barca, quando il tempo lo permette, perché per terra ci vorrebbero giorni di mulattiere fra le montagne. Una sola strada imperiale degna di questo nome attraversa il Regno: sale da Gundobria lungo la valle principale, passa per Rodenga e valica le montagne verso le vallate di Valdoran. D’inverno i valichi si chiudono per settimane, e Caldor resta sola con il suo mare.
Il minerale scende dalle miniere a dorso di mulo e su slitte di legno tirate a mano lungo canaloni lastricati; il legname di Valdoran arriva dai valichi su carri e da lì per mare. Le notizie corrono con i corrieri del Re, con i fuochi accesi sui promontori quando si avvistano pirati e con le navi straniere, che a Caldor portano più notizie che merci.
Storia
Prima dell’Impero
Le mie fonti, che sono per lo più mercanti ubriachi, tacciono. A Caldor raccontano che i loro padri vennero dal mare, su navi lunghe, e presero la costa a chi c’era prima; all’Accademia dicono invece che sulla costa c’erano pescatori e minatori da sempre. Circola anche una terza versione, che a Caldor costa un coltello in un fianco: che gli antenati delle valli siano scesi da oltre la bocca del canyon e che l’Impero li abbia sistemati lì come guardie della costa. Non so quale sia vera. Forse nessuna.
Durante l’Impero
Sotto l’Impero la costa occidentale era una provincia di miniere e di torri (vedi Province imperiali). L’Impero controllava direttamente le miniere, come controllava i porti e le strade: le gallerie di Rodenga erano scavate da condannati e da schiavi sotto procuratori imperiali, e il piombo di Caldor finiva negli acquedotti di mezzo Continente. Le torri sui promontori guardavano il mare contro i pirati. La strada dei valichi è di quell’epoca, e anche la parola castaldo, a sentire gli studiosi, viene da un titolo imperiale che nessuno ricorda più.
Caduta dell’Impero
Quando l’ultimo Imperatore morì, le miniere restarono senza padrone e le valli senza giudice. Chi teneva le gallerie teneva l’argento, e chi teneva l’argento teneva gli uomini. I vecchi funzionari delle miniere e i capi delle valli si combatterono, si sposarono e si tradirono per un tempo che nessuno ha contato.
Formazione del Regno
A un certo punto uno di loro fu abbastanza forte da farsi chiamare Re, e gli altri abbastanza stanchi da lasciarglielo fare. Il Regno che ne nacque fu sempre un patto fra la torre sul mare e le valli: il Re ebbe le miniere, i porti e le legioni; le valli tennero le loro famiglie, le loro faide e il diritto di battere le lance al Campo. Non so chi fu il primo Re né come si chiamasse. So che il Regno contesta a Valdoran il possesso di alcune regioni meridionali «da generazioni».
Età dei Regni
Durante la Guerra Civile Caldor combatté con i vicini come tutti, e come tutti ne uscì più povero. Quindici anni fa le flotte e le legioni del Continente abbatterono le Porte di Kasm, poco sopra la sua costa; se le navi che martellarono le Porte abbiano fatto acqua nei porti di Caldor, a Gundobria nessuno lo dice e nessuno lo nega (vedi Distruzione di Kasm).
Alla fine della guerra, con i trattati di dodici anni fa, Valdoran ottenne più terre di qualunque altro Regno per mantenere i propri eserciti: villaggi, pascoli e campi che, secondo i confini più antichi, sarebbero spettati a Caldor. Il torto, vero o presunto, non è mai stato dimenticato. Da allora Caldor ha mantenuto la pace, pagato il tributo finché le è convenuto e smesso di pagarlo quando ha capito che nessuno l’avrebbe costretta.
L’età dei regni
Il concilio. Ad Aeterna, quando Severian Corvus chiede uomini, viveri e denaro contro l’Orda, Marcellus è il primo a rispondergli, e lo fa con sarcasmo: ricorda i trattati, il tributo che tutti versano al Nord e le terre che Valdoran avrebbe ricevuto a spese di Caldor. Thalios lo chiama compagno di sventura contro i pirati delle Sette Isole; il concilio finisce senza aiuti.
I valichi. Morto Aurelianus ed eletto Titus, nella torre sul mare Ravilla conferma al Re che Severian ha spostato quasi tutte le riserve a Nord e che le vallate meridionali sono rimaste quasi senza difese. Marcellus non le vuole invadere, dice: le vuole «mettere in sicurezza». Ordina una mobilitazione completa ma silenziosa, senza corni né stendardi fino ai valichi, e cita le parole del nuovo Pontefice: le azioni dei sovrani verranno giudicate dai risultati. Al fronte, gli esploratori di Severian avvistano le avanguardie di Caldor lungo il confine, dirette ai granai; davanti ai Duci il nome di Marcellus viene pronunciato come una bestemmia, e Severian, che non può né ritirarsi per affrontare Caldor né dividere l’esercito, sceglie di dare subito battaglia sul Tauria. Ad Aeterna, intanto, i funzionari di Caldor parlano di «misure preventive e protezione dei raccolti», e i Cardinali discutono se amministrare «temporaneamente» le terre dei contadini di Valdoran per sottrarle ai saccheggi di Caldor.
L’occupazione col pane. Dopo la Battaglia del Tauria le legioni di Caldor entrano nelle valli meridionali di Valdoran. Non sfondano porte e non incendiano tetti: arrivano con carri di farina, sementi, attrezzi e carne conservata, ogni sacco con il sigillo di Caldor, aiutano gli anziani a scaricare e sostituiscono le sentinelle senza chiedere permesso. Gli araldi annunciano che Severian è caduto, notizia non confermata, e proclamano:
«da oggi non siete più orfani di Valdoran, ma siete figli di Caldor.»
Profughi e superstiti vengono disarmati; chi giura e bacia l’anello del Re resta a lavorare la terra, chi parla di resistenza viene cacciato oltre il confine o ucciso e sepolto nei campi. Il vessillo di Valdoran scende nel fango e sale il rosso di Caldor. Il Regno annette così uno dei granai del Continente senza versare una goccia di sangue del proprio popolo. Un capitano avverte che l’esercito, disperso fra villaggi e mulini, è schierato per un’occupazione e non per affrontare ciò che ha distrutto il Nord; il Re non lo ascolta.
Nelle locande, a quel punto, Caldor è diventata il Regno che ha pugnalato il Nord alle spalle. «Thalassar marcia, Solthar compra, Caldor guarda i granai del vicino e Valdoran muore»: lo scrissi allora e non ho trovato da correggere una parola.
Rapporti con gli altri Regni
Valdoran è l’ossessione di Caldor. Gli compra il legname senza cui le miniere si fermerebbero, ne usa le strade e i passi, ne contesta le regioni meridionali e da tre anni non gli paga il tributo. I due Regni si conoscono abbastanza da disprezzarsi con precisione: per il Nord gli uomini di Caldor sono mercanti che si credono guerrieri, per Caldor gli uomini del Nord sono contadini che si credono santi.
Thalassar è lontana e ricca, e Caldor la corteggia: ha in comune con lei i pirati delle Sette Isole, e a Chrysepolis c’è chi pensa di dare in sposa al suo Re una principessa, per via dei porti. Vindelia e le pianure del centro sono il grano che Caldor non ha e che guarda da lontano. Solthar manda navi e compra piombo; Ferrata, che di metalli se ne intende, è un concorrente più che un cliente. Aeterna riceve da Caldor dichiarazioni di fedeltà molto più puntuali delle Decime.
Del canyon di Kasm, che era il vicino più prossimo, a Caldor si parla poco: era un regno ricco a mezza giornata di vela, e oggi è un’acqua dove i pesci non entrano. A Thalmyra, infine, si pensa che Caldor possa vantare pretese sulle sezioni occidentali della Foresta di Umbra: il che, se non altro, dice quanto lontano arrivi la sua fame.
Note del Disertore
Caldor è un Regno povero che ha imparato a contare. Non ha grano, non ha legname, non ha pianure: ha miniere, porti e un Re che sa leggere una mappa meglio di chiunque altro al Nord. Il resto del Continente lo disprezza, e Caldor ha capito da tempo che il disprezzo altrui è una specie di copertura: nessuno sorveglia chi crede troppo stupido o troppo ubriaco per fare danni.
Dicono che sia il più rozzo dei Regni, e nelle sale del vino delle valli è vero. Ma la rozzezza di Caldor sta in basso, fra i pescatori che si spaccano la testa per un orlo di rete e i minatori che si vendicano di un insulto vecchio di tre generazioni. In alto, nella torre sul mare, non c’è niente di rozzo: c’è un uomo che ha messo un prezzo su ogni dente e su ogni dito, e che prima o poi lo metterà anche sui Regni.
