Valdoran

Informazioni

CampoValore
TipoMonarchia elettiva
SovranoRe Severian Corvus, «Re del Nord»
ElettoriI Duci
Sede del ReNessuna capitale fissa: il Re governa dal proprio Castello e dalle residenze reali, come Arx Nivalis
Città principaleAvaricum, nelle vallate meridionali
TerritorioIl Nord del Continente, dal Limes alle vallate meridionali
ConfiniBarbaricum a Nord, Caldor e Vindelia a Sud, il Mare del Nord a oriente
PopolazioneScarsa e sparsa: villaggi, Castelli, pochissime città
EsercitoEsercito di Valdoran
MissioneLa difesa del Limes, la «Sacra Missione»
MonetaDenario d’argento con il volto del Re
FedeIl Silenzio
Prima apparizioneL’età dei regni

Valdoran è il Regno del Nord: la terra dei pini alti quasi cento metri, degli inverni in cui la neve supera il metro e dei Castelli dei Duci, l’ultima provincia del Continente prima delle foreste del Barbaricum. Da secoli il suo nome è legato al Grande Limes Settentrionale, la linea di torri, palizzate e fossati che separa il mondo civile da quello che il Continente chiama selvaggio, e dopo l’Armistizio tutti i Regni le pagano un tributo perché lo tenga. Per i Regni del Sud Valdoran è lo scudo del Continente, il muro, l’ultimo baluardo; per il Re di Thalassar, al concilio di Aeterna, è un regno di «bifolchi del Nord».

Io ci sono nato, o almeno ci ho servito abbastanza a lungo da chiamare Severian «il mio Re». Prendete quello che segue per ciò che è: la voce di un uomo del Nord che del Nord non si fida più.

Geografia e territorio

Valdoran occupa il settentrione del Continente, e lo occupa in larghezza più che in profondità: una lunga fascia di terra che va dalle montagne dell’Ovest, dove un tempo finiva il canyon di Kasm, fino alla riva del freddo Mare del Nord, a oriente. A Nord corre il Limes, oltre il quale cominciano le foreste del Barbaricum, più fitte di quelle del Regno, e le montagne da cui scendono i passi; ai piedi dei monti scorrono fiumi come il Fiume Tauria, che in primavera, con il disgelo, nessuno può guadare. A Sud, oltre i valichi, il Regno confina con Caldor, regno costiero che da generazioni ne contesta il possesso di alcune regioni meridionali, e le sue pianure proseguono senza interruzione in quelle di Vindelia. Per uno di Thalassar, Valdoran è semplicemente dall’altra parte del Continente.

Chi viaggia da Sud verso Nord attraversa tre paesi diversi sotto un solo Re. Le vallate meridionali sono la ricchezza del Regno: grano, pascoli, frutteti, fiumi perenni, granai e fattorie su colline basse e ordinate. Lì stanno Arx Nivalis, antica residenza dei Re del Nord, e Avaricum, l’unica città che un uomo del Sud chiamerebbe città senza ridere. Più su comincia la terra di mezzo, come la chiamano i contadini: altipiani di pascoli e di boschi, segale e orzo al posto del grano, villaggi sempre più radi. Infine vengono le terre del Limes, povere e fredde, punteggiate di villaggi raccolti attorno a piccole piazze, di torri, di fortezze come Castrum Vargus e di strade militari, sotto pinete in cui il sole arriva a terra soltanto a mezzogiorno.

A oriente la costa è di spiagge di pietre scure e di scogli; lì sorge, tra gli altri, il Castello di Valeri Caelnius, le cui terre arrivano fino alla valle della Foresta Nera. Il mare del Nord non è un mare da flotte: lo navigano le barche dei pescatori, tirate a riva ogni sera.

L’inverno dura quasi metà dell’anno; la primavera è un pantano di neve sciolta e pioggia, l’estate breve e luminosa, l’autunno una corsa per portare il raccolto nei granai prima del gelo. Chi semina tardi, al Nord, non raccoglie.

Popolazione e insediamenti

Valdoran è grande e vuota. Nessuno ne ha mai contato gli abitanti; so che lassù si può camminare un giorno intero senza vedere un tetto, e che un Castello capace di dare cinquecento uomini alla leva è considerato un Castello importante. La gente si addensa nelle vallate meridionali e lungo la costa orientale; al Nord si sparpaglia in villaggi di poche decine di famiglie, e oltre una certa linea restano soltanto torri e guarnigioni.

Il villaggio è l’unità vera del Regno. Le case si stringono attorno a una piccola piazza con il pozzo e la chiesa; tutt’intorno i campi, poi il pascolo comune, poi il bosco. Sono case basse e lunghe, con lo zoccolo di pietra e le pareti di tronchi squadrati, i tetti ripidi di scandole perché la neve scivoli; dentro, sotto lo stesso tetto, la famiglia da una parte e le bestie dall’altra, perché d’inverno una vacca scalda quanto un focolare e mangia meno legna. Molte stalle e molti muri di cinta, nelle terre del Limes, sono fatti con le pietre del vecchio muro imperiale, smontato un carro alla volta.

I Castelli sono la seconda trama del Regno: una cinquantina che contano, e altrettante torri fortificate che pretendono di contare. Alcuni sono fortezze imperiali riadattate, altri ville chiuse da mura in tempi peggiori, altri rocche di legno e terra rivestite di pietra nel corso di tre generazioni. Attorno a ciascuno stanno i villaggi che vi si rifugiano quando arrivano i barbari o le carestie.

Le città sono poche. Avaricum, con la sua cattedrale e il Palazzo dei Duci, è il cuore delle vallate; qualche borgo murato sorge sulla Via del Nord, attorno ai ponti e alle stazioni di posta imperiali. Al confine gli unici centri sono le fortezze, con i loro villaggi di vivandiere e taverne: la mia torre, la Torre 102, non aveva neppure quello.

Governo e amministrazione

Valdoran è una monarchia antica, ma mai assoluta. Il Re non porta corona e non governa per sangue sacro, per discendenza imperiale o per volontà degli dèi: è un Duce come gli altri, eletto dagli altri Duci come «primo tra pari» e guida suprema del Nord per tutta la durata del suo regno. I Duci sono i signori dei Castelli e dei territori circostanti; ognuno amministra il suo feudo, giudica secondo la Legge e porta alla guerra gli uomini delle sue terre. Prima di ogni battaglia rinnovano in ginocchio la fedeltà al Re. Il potere di Valdoran, insomma, viene dagli uomini che si inginocchiano, e da nessun altro luogo. Il Re attuale, Severian Corvus, lo sa e se ne irrita: davanti ai Duci gli capita di interrompersi a metà di una frase quando si accorge di parlare come un Imperatore.

Il cerchio. Quando un Re muore, i Duci si riuniscono all’aperto, per tradizione nei prati sotto Arx Nivalis, e si dispongono in cerchio: lassù l’assemblea non ha altro nome. Non si contano voti. Ogni Duce si inginocchia davanti all’uomo che vuole per Re, e quando davanti a uno di loro sono in ginocchio quasi tutti gli altri, i pochi rimasti in piedi capiscono da soli che cosa conviene fare. A Valdoran dicono che il Re si fa contando le ginocchia, e non è un modo di dire. Nei registri della casa reale, per vecchia abitudine dei formulari, quel giorno si chiama ancora incoronazione, benché nessuno metta niente sulla testa di nessuno.

La corte che non c’è. Il Re non ha una capitale. Governa dal proprio Castello, che resta suo e della sua Gens, e dalle residenze reali, che passano da un Re all’altro con le terre che le nutrono; Arx Nivalis, la più antica, custodisce gli archivi della casa reale. Attorno al Re stanno pochi uomini: scribi, Capitani e i Procuratori del Re, funzionari dal nome imperiale che amministrano le terre reali, riscuotono i pedaggi della Via del Nord e ricevono il tributo della Sacra Missione. Il resto lo fanno i Duci. Un Re che voglia qualcosa da un Castello deve chiederlo al suo Duce, e un Duce che non voglia darglielo trova sempre un inverno troppo lungo o un raccolto troppo scarso.

I Duci e i loro feudi. Il titolo segue il Castello: passa ai figli, e se l’erede è troppo giovane per il Castello giura un tutore. Ma un Castello si può anche ricevere dal Re con terre nuove, e accanto ai nobili di sangue antico siedono contadini arricchiti abbastanza da equipaggiare i propri uomini.

Legge e giustizia

La Legge di Valdoran è severa e scritta nei registri. Accanto alla Legge del Silenzio, che vale in tutto il Continente, il Nord ha le sue consuetudini: obblighi di leva, confini dei pascoli, diritti d’acqua, quote dovute ai Castelli. In pace giudica il Duce, nei giorni fissati, sotto la porta del suo Castello, con il cappellano accanto e lo scriba che annota. Le liti fra Duci, che di solito riguardano proprio i pascoli, salgono al Re o a tre Duci vicini scelti dalle parti. Le pietre terminali imperiali, quelle che ancora stanno in piedi, valgono più di qualunque testimone, e spostarne una di notte è un delitto che al Nord si punisce come un furto di bestiame.

I colpevoli dei delitti gravi vengono processati e giustiziati; nei casi più gravi il loro nome è cancellato dai registri e le famiglie perdono i possedimenti (vedi Oblio). Ai tempi del vecchio Varro, chi abbandonava il proprio posto perdeva la testa, il nome e il Monumentum, e talvolta la vergogna ricadeva sull’intera famiglia. Per i furti si paga il triplo; alla seconda volta si paga con la mano. Un giuramento prestato davanti al Silenzio chiude quasi ogni causa, e per questo al Nord si giura poco e male volentieri.

Gli schiavi non testimoniano. Le donne testimoniano soltanto per le cose di casa, e quasi sempre con un uomo della famiglia accanto.

Economia

Il Nord vive di grano, pascoli, pesca e legname. Le vallate meridionali producono più grano di quanto il Regno consumi, e fanno di Valdoran uno dei granai del Continente; più a Nord si coltivano segale, orzo e avena e si allevano pecore, capre e maiali. Sulla costa si pesca e si sala. I pini del confine danno travi, alberi da nave e pece.

La sorte. La terra contadina è divisa in sorti: ogni sorte è un pezzo di campo, un diritto di pascolo e un obbligo, perché da ogni sorte deve uscire un uomo per la leva. Una sorte non si divide sotto la misura che serve a nutrire una famiglia e ad armare un soldato, e quando i figli sono troppi i cadetti vanno a fare i servi, i limitanei o i preti. Così il Nord ha mantenuto per generazioni quello che l’Impero aveva inventato: contadini che pagano la terra con la lancia.

Le quote. Al Duce si deve la sua parte del raccolto, di solito un sacco ogni otto, giornate di lavoro sulle sue terre e la molitura nel suo mulino; alla Chiesa la Decima; al Re, attraverso i Duci, quello che il Re riesce a ottenere. Il Re vive soprattutto delle proprie terre, dei pedaggi e del tributo annuale della Sacra Missione, versato da tutti i Regni dopo l’Armistizio in denaro, grano e schiavi, che regge le guarnigioni del confine e le tasche di chi le comanda. Dopo i trattati di dodici anni fa Valdoran ricevette inoltre più terre di ogni altro Regno, terre che Caldor dice sue secondo confini più antichi; e Caldor, dice Severian, non paga quanto stabilito da almeno tre anni.

Lavorano i campi, nelle terre dei Duci, anche gli schiavi: prigionieri portati dalle campagne oltre il Limes, molti originari del Nord stesso. Valdoran li vende e li compra, e per i Duci più rapaci la promessa di nuovi schiavi è una ricompensa quanto la terra (vedi Schiavitù).

La moneta è il denario d’argento con il volto del Re, battuto in pochi Castelli che ne hanno il diritto. Nei villaggi se ne vedono pochi, e quasi sempre consumati sui bordi: si paga in grano, in lana, in giornate di lavoro, e il sale vale tanto che una ragazza del Nord, a volte, viene venduta per un sacco.

Commercio

Valdoran vende ciò che il Sud non ha e compra ciò che il Nord non sa fare. I mercanti di Caldor comprano il legname e usano le strade e i passi che il Nord difende; dalle vallate il grano scende verso Vindelia e verso Aeterna. In cambio salgono il ferro, che il Nord scava poco e male, il sale, il vino del Sud, le stoffe fini e il vetro. Il vino buono lo bevono i Duci; quello che arriva nei villaggi è una feccia acida che nel Sud passerebbe per aceto, e che al Nord bevono lo stesso.

Le fiere d’autunno di Avaricum sono il solo momento dell’anno in cui il Nord vede insieme mercanti di tre Regni. Al confine il commercio è un’altra faccenda: i Duci firmano condanne per commercio illegale attraverso il Limes, e ambra e pelli, a quanto so, scendono lo stesso dal Barbaricum.

Esercito

Valdoran vive in armi, e il suo esercito ha una voce tutta sua in questi Commentari: Esercito di Valdoran. Basti dire qui che è un esercito di leva su base feudale, ordinato secondo il modello imperiale, con i suoi Legionari dalle cotte più pesanti e i Limitanei di guardia alle torri; che ogni maschio, superato il rito della maggiore età, deve addestrarsi alcune settimane ogni estate; e che quando il Re chiama, i Duci chiamano i Castelli, i Castelli i villaggi, e i villaggi restano senza braccia. Il grido dei Duci è «Gloria al Nord!».

Il campo d’estate. L’addestramento annuale si tiene dopo la fienagione e prima della mietitura, nel prato sotto il Castello. I Centurioni, uomini degli stessi villaggi, insegnano a chiudere gli scudi, a cambiare fronte al suono dei corni e a non scappare; i ragazzi al primo anno imparano le sequenze dei corni, che non dimenticheranno più, e tirano con la fionda finché non sono abbastanza grossi per il giavellotto. Ognuno porta le armi che la sua sorte possiede. Alla fine c’è la rassegna: lo scriba del Duce chiama i nomi del ruolo, segna i morti, i nuovi e gli assenti, e per ogni assente senza giustificazione la famiglia paga in grano.

Per il resto rimando alle voci dedicate: Limitanei, Castrum Vargus, Castrum e Duce.

Società

Ai ragazzi del Nord si insegna che il freddo li tempra, che la guerra li rende uomini e che il Limes dà alle loro vite uno scopo sacro, unico in tutta Aeterra. Gli uomini di Valdoran si credono i più forti e valorosi del Continente. La loro vera forza è un’altra: la disciplina, che in Valdoran si insegna a ogni uomo fin dalla nascita, e il fatto che nei ranghi stiano uno accanto all’altro fratelli, cugini e vicini di casa. Sono contadini, pastori, pescatori e artigiani prima che soldati, con le mani callose e le schiene curve.

La scala sociale è corta e ripida. In cima stanno i Duci e le loro famiglie; sotto, i contadini della sorte, liberi finché la sorte regge e soldati finché il Re chiama; poi i servi senza terra e i cadetti; in fondo gli schiavi. I nobili, quando vogliono mostrarvi chi sono, vi fanno vedere le cicatrici e le mura del loro Castello; i contadini vi mostrano la lancia del nonno appesa sopra il focolare.

Il Nord non è un luogo gentile. A Valdoran una donna che chiedesse di comandare un esercito verrebbe probabilmente derisa e poi mandata a occuparsi dei feriti. I prigionieri del Barbaricum vengono trattati peggio: satiri appesi alle mura per le corna, esploratori bruciati vivi, feriti dati ai cani, mentre i soldati ridono e i sacerdoti benedicono. Si chiamava giustizia. Il giorno in cui un Duce compra uno schiavo, la prima cosa che gli dà è un nome nuovo, corto, facile da gridare attraverso un cortile.

Famiglia e vita privata

La famiglia del Nord è grande e sta sotto lo stesso tetto: il padre, i figli sposati con le mogli, i nipoti, a volte un fratello vedovo. La sorte passa al primo figlio, che deve dare un uomo alla leva e un tetto agli altri. Le figlie si sposano presto e si portano dietro una dote in bestie e in lana; la figlia di un Duce, il giorno delle nozze, può portare addosso un pezzo di seta del Sud, e quel pezzo di seta passa poi di madre in figlia per tre generazioni.

Una vedova può tenere la sorte finché un figlio maschio non raggiunge l’età, a patto di mandare comunque un uomo alla leva: un fratello, un cognato, un bracciante pagato. Nel Sud, mi hanno detto con orgoglio, una donna appartiene alla famiglia del padre e poi a quella del marito, e la chiamano protezione. Al Nord almeno abbiamo la decenza di chiamare una catena con il proprio nome.

Quando gli uomini partono per la guerra, i campi vanno alle donne, ai vecchi e ai ragazzi. Le donne del Nord, di conseguenza, sanno arare, macellare e contare il grano meglio dei loro mariti, e non ho mai sentito un Duce ringraziarle.

Vita quotidiana

La giornata la decide la luce. D’estate si lavora dall’alba a sera inoltrata; d’inverno la vita si chiude nelle case attorno al fuoco. Gli uomini riparano attrezzi, le donne filano la lana dell’estate, i vecchi raccontano storie di campagne oltre il Limes, di satiri, ciclopi e mammut, e i bambini ci credono fino al giorno in cui ne vedono uno appeso a una palizzata.

Le campane della chiesa segnano le preghiere, gli incendi e le morti; i corni del Castello tutto il resto. L’acqua si prende al pozzo o al torrente, rompendo il ghiaccio con l’ascia: una fontana di Chrysepolis, ho calcolato una volta, ne versa in un’ora più di quanta un villaggio del Nord ne consumi in un giorno. Al Nord, quando un uomo vuole derubarti, di solito ti accoltella. Lo dico a lode del Nord: almeno sai chi ti sta derubando.

Alimentazione

Si mangia ciò che resiste all’inverno. Il pane è di segale o d’orzo, scuro e pesante, cotto una volta alla settimana nel forno comune e mangiato anche quando è duro come una tegola; il grano bianco delle vallate lo vedono i Duci e i mercanti. Ogni giorno c’è una zuppa di rape, cavoli, fave e orzo, con un osso dentro quando va bene. Il maiale si ammazza alla prima gelata e si sala tutto, dalle orecchie alla coda; il pesce della costa arriva nell’interno salato o affumicato. Poi formaggio di capra e di pecora, burro salato, miele, more e nocciole.

Da bere c’è la cervesia, una birra d’orzo torbida che ogni casa fa da sé, il latte e quel vino acido di cui ho già detto. I limitanei mangiano peggio di tutti: pane tanto duro da poterci riparare la palizzata e carne salata con più vermi che sale.

Abbigliamento e cultura materiale

Al Nord ci si veste di lana, e di lana scura, perché la tintura costa e lo sporco si vede meno. Gli uomini portano tuniche fino al ginocchio, brache strette alla caviglia, stivali di pelle unta e d’inverno pellicce; le donne lunghe vesti a strati e un panno sulla testa. I mantelli sono pesanti e si chiudono sulla spalla o sul petto con una fibula: di ferro per i contadini, d’argento annerito per i Duci, che portano mantelli da comando e non da parata, cotte di maglia fitte fino a metà coscia ed elmi a cresta bassa.

Le case sono povere di cose e ricche di attrezzi: scodelle e cucchiai di legno o di corno, pentole di ferro, un telaio, una cassapanca che fa da letto. Nei Castelli ci sono arazzi di lana, coppe di bronzo, qualche vetro del Sud e i Monumenta della Gens. E dappertutto, nei muri delle stalle, negli stipiti, nelle soglie delle chiese, si vedono pietre con mezze lettere imperiali, rimesse in opera a rovescio da gente che non sapeva leggerle.

Religione

Valdoran segue il Silenzio e la sua Legge, invia i propri registri alla Chiesa e onora i Monumenta. Ogni famiglia di Duci conserva nel Castello i Monumenta della propria Gens, e il nome dei caduti viene pronunciato nelle chiese; un tempo i Monumenta dei caduti si innalzavano anche lungo le strade del Nord, e qualcuno è ancora lì, consumato dal gelo. I soldati semplici, invece, non hanno statue né tavole custodite ad Aeterna. Il Regno ha diocesi e sacerdoti propri: la cattedrale di Avaricum e le diocesi settentrionali, più povere, con archivi che d’inverno restano isolati per mesi.

Il prete di villaggio è spesso figlio di contadini, sa scrivere quanto basta e tiene, oltre ai registri della parrocchia, il ruolo della leva per conto del Duce. Benedice i campi, gli uomini quando partono e i carri di prigionieri quando tornano. Fra gli altari delle Nove Figure, al Nord si prega soprattutto Fertilità per i raccolti e Guerra per i figli in armi. Le famiglie che non possono permettersi un frammento di marmo consacrato incidono i nomi dei loro morti sulla trave del portico della chiesa: i preti lo tollerano, e spiegano a chi lo chiede che per la Memoria non vale niente.

Del Silenzio gli uomini del Nord apprezzano soprattutto i giuramenti: «Io non credo ai sovrani del Sud», dice Varro, «ma credo ancora ai giuramenti fatti davanti al Silenzio».

Cultura e istruzione

Al Nord sanno leggere i preti, gli scribi, i figli dei Duci e qualche mercante. I figli dei Duci imparano dal cappellano del Castello le lettere, i conti, la Legge e le genealogie della propria Gens; imparano dal padre le campagne oltre il Limes e dai vecchi manuali imperiali di tattica, che ogni Castello di qualche importanza conserva come una reliquia, le formazioni. Il resto del Regno impara a memoria: preghiere, confini, sequenze dei corni, nomi dei morti.

Nelle province settentrionali si parla ancora una forma antica e deformata della lingua imperiale, dura, piena di parole che al Sud nessuno usa più; nelle vallate la parlata somiglia di più a quella di Vindelia. La cultura del Regno, per il resto, sta nelle canzoni dei bardi che girano i Castelli a cantare le gesta dei Duci, sempre più grandi a ogni inverno. Che cosa paghino lassù per un trattato di geometria, preferisco non dirlo.

Feste e usanze

La cintura. Il rito della maggiore età, che apre l’obbligo della leva, nei villaggi lo chiamano semplicemente la cintura. Verso i quindici anni il ragazzo si presenta in chiesa con il padre; il prete scrive il suo nome nel ruolo, il ragazzo giura davanti al Silenzio di presentarsi sotto il vessillo del suo Duce, e il padre gli allaccia in vita una cintura di cuoio con la fibbia di ferro. Da quel giorno è un uomo, e la cintura lo seguirà in tutte le estati della sua vita.

Il ritorno dal campo. La sera della rassegna, finito l’addestramento d’estate, il Duce dà da mangiare a tutti sotto il Castello: lotta, corse, lancio del giavellotto, e una pecora in premio a chi vince. È la festa più allegra del Nord, ed è una festa militare.

Il Giorno dei Nomi. In autunno, dopo il raccolto, in ogni chiesa il prete legge ad alta voce i nomi dei morti dell’anno, quelli dei caduti per primi. Le famiglie restano in piedi finché non sentono il proprio. Dopo, nelle case, si apre la prima botte di cervesia della stagione.

Si benedicono i solchi a primavera, portando nei campi l’immagine di Fertilità, e ci si sposa dopo il raccolto, quando c’è grano per il banchetto. Nelle notti più lunghe dell’inverno ogni villaggio tiene acceso un fuoco nella piazza fino all’alba, e qualcuno resta sveglio a guardarlo. Dicono che sia per tenere lontani i lupi.

Strade, trasporti e comunicazioni

Le strade del Nord le ha fatte l’Impero, e da allora nessuno le ha rifatte. La più importante è la Via del Nord, che sale dalle pianure al confine con Vindelia, attraversa le vallate meridionali su una lunga serie di ponti, passa per Avaricum e si spezza nelle strade militari del Limes, quella che dalla torre centouno porta a Castrum Vargus compresa. Lungo i suoi lati stanno ancora i cippi miliari, alti quanto un ragazzo di dodici anni, che dicono quanto manca ad Aeterna a gente che ad Aeterna non ha alcuna intenzione di andare; al Nord li usavamo per affilare i coltelli, e quando il centurione non guardava per pisciarci contro.

Il resto sono sentieri, mulattiere e tratturi. D’inverno la neve chiude i passi e ci si muove con le slitte o non ci si muove; a primavera il disgelo trasforma tutto in fango e i fiumi in muri. Si trasporta con i buoi e con i muli, si cavalca soltanto se si è Duci, messaggeri o ladri.

Le notizie viaggiano con i corrieri del Re, con i mercanti e con i preti. Al confine viaggiano con il fuoco: ogni torre del Limes dovrebbe vedere le due più vicine, così che un solo segnale acceso basti ad avvertire tutta la linea. Dovrebbe.

Storia

Prima dell’Impero

Le mie fonti tacciono. I preti dicono che prima dell’Impero il Nord fosse vuoto di uomini e pieno di bestie, e che furono le legioni a portarci la civiltà. I vecchi delle province settentrionali hanno nei loro racconti fiumi, guadi e sepolture che con le legioni non c’entrano niente. Del nome Valdoran ho sentito tre spiegazioni, tutte sicure e tutte diverse, e non ne riporto nessuna.

Durante l’Impero

Ai tempi dell’Impero il Nord era la frontiera. Un Imperatore tracciò il Limes, secoli fa, e lungo la linea vennero le torri, il fossato, la palizzata e il muro di pietra su cui i soldati passavano da una torre all’altra; alle spalle, le fortezze legionarie come Castrum Vargus, le strade militari, i granai. I Limitanei vivevano vicino al confine su campi concessi dallo Stato, con addestramento regolare, paghe quasi puntuali e armi delle officine imperiali; le vallate meridionali, più tranquille, si riempirono di ville e di fattorie che nutrivano le guarnigioni (vedi Province imperiali).

Ricordo ancora il rumore dei chiodi degli stivali sulle lastre del camminamento, d’inverno, tra la centouno e la centotré, quando il vento ti tagliava le orecchie. Ricordo i racconti, volevo dire: quel tratto di muro è crollato prima che nascesse mio nonno.

Caduta dell’Impero

Quando l’ultimo Imperatore morì, circa centotrent’anni fa, le paghe smisero di arrivare prima ancora delle notizie. Le guarnigioni rimasero dov’erano perché non avevano un altro posto dove andare; i comandanti dei forti e i grandi proprietari delle vallate presero i Castelli, i granai e gli uomini, e i limitanei divennero contadini dei nuovi signori, obbligati alla stessa lancia di prima per una terra che non era più dello Stato. Per un tempo che nessuno ha misurato, il Nord fu una manciata di signorie che si contendevano pascoli e passi.

Formazione del Regno

Nessuno dei Duci era abbastanza forte da comandare agli altri, e nessuno era abbastanza debole da obbedire. Così, raccontano, si misero d’accordo per eleggere uno di loro, a vita, come «primo tra pari», purché nessuno lo chiamasse Imperatore. Non so quando sia stato eletto il primo Re, né come si chiamasse; i registri di Arx Nivalis lo sanno, forse, e non me li hanno mai fatti vedere. So che il nuovo Regno ereditò il Limes, il modello militare e perfino la parola Legionario, e ne fece la propria ragion d’essere. Per generazioni, dopo ogni razzia dei clan, l’esercito del Nord passava il confine e tornava con prigionieri, armi, pelli e schiavi; i caduti ricevevano Monumenta lungo le strade e i sopravvissuti terre.

Età dei Regni

Della lunga Guerra Civile, al Nord, si ricordano anche le dispute tra vicini: negli ultimi anni della guerra il padre di Valeri fu assassinato per una disputa sui confini di alcuni pascoli da uomini del Nord nati a meno di una giornata di cavallo dal suo Castello. Quasi mezzo secolo fa, quando gli uomini e il denaro cominciarono a mancare, Valdoran accorciò la linea e ridusse le guarnigioni, lasciando indietro forti che sulle mappe recenti non compaiono più. Quindici anni fa, alla fine della guerra, uomini di Valdoran erano tra gli eserciti che distrussero Kasm, il regno del canyon che correva fino alle terre del Limes (vedi Distruzione di Kasm).

Con i trattati di dodici anni fa Valdoran ottenne più terre di ogni altro Regno e il tributo della Sacra Missione. Da allora siede, con il suo Re senza corona, tra i nove troni della Sala del Trono di Aeterna, e porta ai concili rapporti di morti invece di monete e cortei. Da tre anni Caldor non paga.

Rapporti con gli altri Regni

Caldor è il vicino che Valdoran conosce meglio e ama di meno. Gli vende il legname, gli tiene aperti i passi con i propri soldati, ne subisce le pretese sulle regioni meridionali da generazioni e da tre anni ne aspetta un tributo che non arriva. Severian chiama il suo Re «il solito ipocrita»; nei villaggi delle vallate lo chiamano peggio. Vindelia è la pianura che continua la pianura del Nord: si commercia, ci si sposa oltre il confine, ci si guarda il grano a vicenda. Quando il raccolto manca, dice Severian, il grano si prende «a Caldor o nelle campagne di Vindelia», ed è il genere di frase che a Vindelia non dimenticano. Ferrata ha offerto più volte ferro e uomini per le fortificazioni del Nord, e le sue lettere sono marcite sulle scrivanie della Cittadella: è il solo Regno che al Nord nominano senza sputare.

Thalassar è lontana e lo fa pesare: per i suoi principi Valdoran è dall’altra parte del Continente, e gli uomini del Nord sono bifolchi. Solthar compra sicurezza con l’oro e manda al Nord mercanti, non soldati. Aeterna è il tribunale che garantisce il tributo della Sacra Missione e la cassa in cui finisce la Decima del Nord; i Duci le inviano registri e Monumenta e ne ricevono prediche sul dovere.

Poi c’è il Barbaricum, che non è un Regno ma è il vicino che spiega tutti gli altri: il nemico, la fonte degli schiavi, il motivo del tributo, e di notte, al guado, un cliente.

Note del Disertore

Valdoran è il solo Regno del Continente che abbia fatto della paura un mestiere. I Regni del Sud pagano perché il Nord abbia paura al posto loro, e il Nord, per non perdere il salario, ha imparato ad avere paura anche quando non serviva. Intanto le torri marcivano, le paghe sparivano, le campagne oltre il confine diventavano mercati di uomini e i Duci si facevano dipingere sugli scudi bestie sempre più feroci.

Eppure, se mi chiedete dove ho visto gli uomini più leali del Continente, vi dico al Nord. Non verso il Re, non verso il Silenzio: verso l’uomo che hanno accanto nella fila. È una lealtà piccola, da villaggio, che non sa leggere una mappa; ma regge più di qualunque trattato firmato ad Aeterna. Il guaio è che i Duci lo sanno, e la spendono come si spende il grano di un altro.

Un Regno in cui il Re si fa contando le ginocchia ha almeno un merito: non può fingere che il potere venga dal cielo. Ha anche un difetto: le ginocchia, a un certo punto, si stancano.