Thalmyra
Informazioni
Campo Valore Tipo Città portuale, capitale Regno Solthar Soprannome la Lanterna Sovrano Caelorn Varricus Posizione Baia chiusa a Nord dall’Akra, uno sperone di calcare bianco a picco sul mare aperto Quartieri la Marina, la Trapeza, i Calami, i fondachi; Hyalia oltre la baia Luoghi notevoli Accademia di Thalmyra, Palazzo Reale di Thalmyra, il porto, i banchi, i moli reali, la cattedrale, la Piazza della Bilancia, gli horrea Prima apparizione L’età dei regni
Thalmyra è la città costiera di Solthar dove risiede il Re, Caelorn Varricus, e dove sorge l’Accademia, la più grande del Continente. Al Sud la chiamano la Lanterna: gli studiosi dicono che sia per la luce del sapere che dalla sua Accademia dovrebbe irradiarsi sopra l’intero Continente, i marinai perché le finestre e gli osservatori dell’Accademia restano illuminati fino all’alba, e anche durante le tempeste più violente almeno una lampada rimane accesa. Io do ragione ai marinai: a loro la luce serve per non schiantarsi sugli scogli, agli studiosi per sentirsi importanti.
È una città di porto, di banchi e di libri, in quest’ordine o nell’ordine inverso a seconda di chi la racconta. Il porto riceve casse dalle Sette Isole e merci da mezzo Continente; i banchieri custodiscono l’oro dei mercanti, delle famiglie e perfino della Chiesa; l’Accademia dà lavoro, direttamente o no, a quasi tutti gli altri.
Descrizione
Thalmyra sorge lungo una costa frastagliata, sopra una successione di colline che scendono verso il mare. Le case dei pescatori e i magazzini occupano la parte più bassa, dove l’aria puzza di alghe, pece, pesce marcio e vino versato; più si sale, più le strade diventano pulite, le abitazioni eleganti e le persone pallide. In cima a tutto si innalza l’Accademia, una foresta di torri, cupole e passerelle di pietra con osservatori di rame, balconi sospesi e grandi finestre colorate. Viste dalle sue finestre, le cupole, le torri e i tetti della città emergono dalla foschia del mattino.
Per capire la città bisogna guardarla dal mare. Thalmyra occupa una baia ampia e riparata, aperta verso Sud, e le colline le scendono incontro da tre lati in un anfiteatro di terrazze, tetti e scalinate. A settentrione la baia è chiusa dall’Akra, uno sperone di calcare bianco lungo e alto che si spinge in mare come il braccio di un uomo disteso: dalla parte della baia sale a gradoni, coperto di case fino quasi in cima; dalla parte opposta, verso il mare aperto e verso oriente, precipita a picco per decine di metri direttamente nell’acqua. L’Akra è la collina più alta della città, e in cima c’è l’Accademia. Chi sale dal porto ci arriva per scale ripide, vicoli e rampe, e crede di essersi allontanato dal mare; poi entra nell’ala più antica, si affaccia alle vetrate orientali della Sala dei Dotti e si trova sopra il vuoto, con le onde del mare aperto che si rompono ai piedi della rupe. La parte vecchia dell’Accademia è costruita sull’orlo dello strapiombo, e la roccia dell’Akra è bucata da fenditure, grotte marine e vecchie cisterne imperiali, così che nei giorni di mare grosso il colpo delle onde sale attraverso la pietra e si sente nelle fondamenta, nelle sale basse e perfino tra gli scaffali. I maestri ci sono abituati. I nuovi allievi, la prima notte di levante, credono che l’edificio stia per cadere.
Il porto si stende lungo la baia in una distesa di banchine, magazzini e vele abbassate, protetto da frangiflutti oltre i quali si muovono le vele delle navi. Gru e argani scaricano casse, e i funzionari del Regno controllano ogni carico diretto verso la città e l’Accademia. Dalle banchine salgono le grida degli scaricatori, il cigolio delle carrucole e il tonfo degli scafi contro i pali d’ormeggio. Ci sono anche i moli reali, al servizio della Corona. Sopra il porto commerciale, sulle scogliere di calcare bianco, sta il Palazzo Reale di Thalmyra, con le fondamenta battute dalle onde.
Della città si nominano il quartiere basso, dove gli studenti hanno le loro latrine (ne so qualcosa); i quartieri universitari; i quartieri mercantili, dove stanno i palazzi del credito; e i banchi del porto. A Thalmyra, mi assicurano, le banche stanno al pianterreno degli stessi palazzi che ospitano le sale di lettura: il sapere sopra, l’oro sotto e in mezzo una scala che i funzionari salgono e scendono decine di volte al giorno. Al Nord nessuno ci crederebbe.
Quartieri
La Marina. È il quartiere basso, steso lungo la riva della baia dove sbocca il Myrtos, il torrente che scende dalle colline e d’estate è un rigagnolo fra i sassi. Lì vivono pescatori, scaricatori, calafati, cordai e marinai a terra, in case strette di pietra e legno a tre o quattro piani, con i panni stesi da una finestra all’altra e le barche tirate in secco davanti alle porte. Le strade sono vicoli che portano tutti all’acqua, le osterie aprono all’alba e chiudono quando l’oste si addormenta, e le latrine degli studenti, di cui ho già detto, scaricano qui, perché ogni città ha bisogno di un posto più basso degli altri. Alla foce del Myrtos, fuori dalle mura, stanno le concerie e le botteghe dei pergamenai, che puzzano abbastanza da essere state esiliate.
La Trapeza. A metà delle colline, sopra il porto, c’è il quartiere dei banchi, che prende il nome dalla tavola dei cambiavalute. Sono i quartieri mercantili e i palazzi del credito: case alte di pietra chiara intorno a cortili, con le banche al pianterreno, gli archivi nei sotterranei, le sale di lettura e le biblioteche ai piani alti. Le strade sono lastricate e pulite, e la mattina presto, prima che aprano i banchi, ci si incontrano più messaggeri che mendicanti. Le porte dei banchi sono coperte di avvisi.
I Calami. Sui fianchi dell’Akra, sotto l’Accademia, si stendono i quartieri universitari, che tutti chiamano i Calami, dal nome delle penne di canna. Locande per studenti, stanze in affitto a ore, botteghe di librai sotto i portici, laboratori di legatori e di fabbricanti d’inchiostro, osterie dove il vino costa meno se si vince una disputa. È un quartiere di scale: la strada principale, che sale dalla Trapeza alla porta dell’Accademia, ha più gradini di quanti un uomo del Nord ne faccia in un anno, e i portatori di legna li conoscono uno per uno.
I fondachi. Lungo la banchina orientale, vicino alla dogana, stanno i fondachi dei mercanti stranieri, grandi magazzini quadrati con un cortile al centro e le stanze al piano di sopra. Ognuno ha la sua gente: isolani delle Sette Isole, mercanti di Thalassar, mulattieri e agenti di Ferrata, qualche vindeliano. La sera vi si parlano sei lingue, e in tutte e sei si contratta.
Hyalia. Dall’altra parte della baia, sulla punta meridionale, c’è il borgo dei vetrai, che la Curia ha separato dalla città secoli fa perché i forni non incendiassero i libri. Da lì viene il cristallo di Thalmyra. Ci si arriva in barca o per una lunga strada lungo la riva, e di notte i bagliori dei forni si riflettono nell’acqua della baia come una seconda Lanterna, più bassa e più calda della prima.
Il porto
Il porto occupa tutto il fondo della baia ed è diviso in tre. A occidente il porto commerciale, con le banchine di pietra imperiale, le gru di legno mosse da ruote in cui camminano gli uomini, i magazzini dei mercanti e la dogana, dove i commerciari pesano, contano e riscuotono il quarantesimo. Al centro il porto dei pescatori, una spiaggia e due moli di legno davanti alla Marina, con il mercato del pesce che apre prima dell’alba. Sotto l’Akra, riparati dalla rupe, i moli reali, chiusi da un muro e sorvegliati dalla Guardia del Re, con il piccolo cantiere della Corona, il Neorio, dove si costruiscono e si riparano le navi della flotta.
I frangiflutti che chiudono la baia sono imperiali, rinforzati ogni generazione con blocchi nuovi; all’imboccatura stanno due torri di pietra, anch’esse dell’Impero, da cui il limenarca fa osservare le navi in arrivo. Le navi grandi si ormeggiano alle banchine, le piccole si tirano a riva; nei mesi di levante il porto si riempie di scafi in attesa e i prezzi degli ormeggi raddoppiano. Il limenarca, con i suoi piloti e i suoi scrivani, decide chi entra, dove si mette e quanto paga, e ha il potere di tenere una nave fuori dalla baia per giorni. È l’uomo più corteggiato di Thalmyra dopo il Re, e qualcuno dice prima.
Edifici
Oltre all’Accademia e al palazzo, Thalmyra ha la cattedrale del Silenzio, costruita a metà della collina fra la Trapeza e i Calami, con la facciata di calcare bianco e gli altari laterali più ricchi del Regno, perché le arti dei mercanti pagano le candele di Fortuna e di Scambio. Sulla piazza della cattedrale si vendono le genealogie e si copiano gli atti per chi ne ha bisogno. Alla Marina c’è la Corte del Molo, una loggia aperta su colonne imperiali dove si giudicano le liti di mare; nella Trapeza la sede della Curia, un palazzo con una torre e una campana che suona per le adunanze. Sotto il palazzo reale, vicino ai moli, la Casa dei Debitori, la prigione di chi non ha pagato, che dall’esterno sembra un magazzino e dall’interno anche.
Dell’Impero resta molto, e quasi tutto è stato riutilizzato. Gli horrea, i grandi granai imperiali dietro il porto commerciale, servono ancora da granai della Corona; le terme della Marina sono diventate un mercato coperto, con le vasche usate come banchi; il teatro imperiale, sul fianco occidentale delle colline, ospita le dispute pubbliche più importanti e, d’estate, le aste delle navi. Sull’estremità dell’Akra stanno ancora le fondamenta del vecchio faro imperiale, crollato durante la Guerra Civile: le sue pietre, dicono, sono finite nella torre più bassa dell’Accademia.
La vita in città
Tutto, a Thalmyra, ruota attorno all’Accademia. I locandieri affittano stanze agli studenti, i conciatori preparano pergamene, i vetrai producono lenti e ampolle, gli artigiani costruiscono scaffali e leggii; sotto le aule lavorano centinaia di copisti pagati a riga. Persino i contrabbandieri si sono adattati: oltre al vino e alle spezie fanno entrare manoscritti rubati, reliquie imperiali e ossa di animali che qualche naturalista pagherà una fortuna per catalogare. Dalle botteghe esce il cristallo di Thalmyra, che costa; dai suoi geografi, insieme a quelli di Cyresapolis, la teoria che il mondo finisca dopo il Continente.
La ricchezza qui si misura in scaffali, e i nobili vi trascinano nelle loro biblioteche di famiglia come un nobile di Valdoran vi porterebbe sulle mura del proprio Castello. Le dita macchiate d’inchiostro sono un segno di rango: i figli dei mercanti se le macchiano apposta prima di uscire di casa, e c’è un barbiere del porto che, per un piccolo sovrapprezzo, te le macchia lui con l’inchiostro buono che non va via per una settimana. Ogni pomeriggio, nel cortile dell’Accademia, gli studenti tengono dispute pubbliche, e chi perde paga il vino a tutti.
«Qui non si misura la ricchezza in spade, navi o campi. Si misura in scaffali.»
Non lasciatevi ingannare dalla quiete delle sale di lettura. Il porto di Thalmyra è pieno di ladri, prostitute e marinai pronti a sgozzarsi per una partita a dadi, come ogni porto del mondo; ma almeno lì nessuno finge che il mondo sia ragionevole.
Mercati
Thalmyra ha un mercato per ogni ora del giorno. Prima dell’alba apre il mercato del pesce alla Marina, dove si vende all’asta il pescato della notte e le mogli dei pescatori gridano i prezzi più forte dei mariti. A metà mattina si riempie la Piazza della Bilancia, dietro il porto commerciale, intorno alla grande stadera pubblica della Curia, su cui si pesano olio, grano, sale e metalli davanti a un ufficiale giurato; chi vende con pesi propri senza averli fatti marchiare rischia una multa e una notte nella Casa dei Debitori. Nelle vecchie terme si vendono stoffe, spezie, vetro e oggetti di lusso; sotto i portici dei Calami, libri, carte, inchiostri, pergamene e manoscritti di provenienza che è meglio non chiedere. I cambiavalute siedono ai loro tavoli sulla banchina e nella Trapeza, con bilance e pesi, e il loro mestiere è il più rispettato e il più sorvegliato della città.
C’è anche il mercato che non si vede: quello dei noli, delle quote di nave e delle scommesse, che si fa nelle sale al pianterreno dei banchi e nelle osterie della Trapeza, a voce, e poi si scrive. In una mattina buona, mi ha detto un tabellione, a Thalmyra si vende più merce che non è ancora arrivata di quanta ne sia scaricata sulle banchine.
Acqua e approvvigionamento
Thalmyra beve male, e lo sa. L’acqua arriva dalle colline per un acquedotto imperiale che scavalca le valli su arcate e finisce in una grande cisterna sotto la Trapeza, da cui partono le condotte per le fontane pubbliche; ma l’acquedotto perde, le condotte si rompono, e d’estate l’acqua che arriva alle fontane basse basta appena per la mattina. Per questo ogni casa delle parti alte ha una cisterna sotto il cortile, che raccoglie la pioggia dei tetti, e l’Accademia e il palazzo hanno le loro, scavate nella roccia dell’Akra, che sono le più grandi della città e le più antiche. Alla Marina i pozzi danno acqua salmastra, buona per lavare; quella da bere la portano gli acquaioli con le botti sui muli, e la vendono a brocche. La Curia tiene due ufficiali dell’acqua, che controllano le fontane, chiudono quelle che perdono e multano chi devia le condotte verso il proprio giardino. Lavorano molto e sono pagati poco, come tutti quelli che fanno qualcosa di utile.
Il cibo viene quasi tutto da fuori. Il grano arriva per mare dal Sud e dal porto di Kymessa, dove scende quello di Vindelia, e si conserva negli horrea; la Corona ne tiene sempre una scorta, e quando i prezzi salgono troppo apre i granai e vende il pane a prezzo fisso, perché un popolo affamato non deposita in banca. Le colline intorno mandano ogni mattina olio, vino, verdure, formaggio e capretti, su file di asini che scendono per le mulattiere; il mare manda il pesce; il resto lo portano le navi. La legna per i forni e per i bracieri sale dalle colline interne o arriva per nave, e costa abbastanza da rendere un inverno freddo una spesa seria per chi abita alla Marina.
Amministrazione e sicurezza
La città è governata dalla Curia di Thalmyra, un consiglio di notabili scelti fra i capi delle Case, gli armatori e i capi delle arti, che si riunisce nella sua sede della Trapeza e si occupa di mura, acqua, mercati, strade e guardie. Le sedute le presiede l’epitropo del Re, che a Thalmyra, essendo la città del Re, è un uomo con poco potere e moltissimo lavoro. Il porto è affare del limenarca, la dogana dei commerciari, le liti di mare della Corte del Molo, l’Accademia dei suoi maestri: a Thalmyra ogni pezzo di città ha il suo magistrato, e i magistrati litigano fra loro con la stessa passione con cui gli studenti litigano sulle parole.
La sicurezza è divisa allo stesso modo. La Guardia del Re tiene il palazzo, i moli reali e i banchi della Corona, e nei giorni difficili mantiene l’ordine davanti ai banchi del porto. La guardia della Curia sorveglia le mura, le porte e i mercati, ed è fatta di uomini del posto armati di balestra. Di notte gira la ronda delle lanterne, due uomini per quartiere con una lanterna e un bastone, che ha soprattutto il compito di gridare se vede un incendio: a Thalmyra il fuoco è il nemico peggiore, perché la città è piena di carta, di olio e di libri. In ogni quartiere ci sono cisterne per lo spegnimento e scale appese ai muri, e l’Accademia vieta ogni fiamma libera nelle sale degli scaffali, a eccezione delle poche candele lungo il corridoio centrale. La Marina, invece, si sorveglia da sola, cioè non si sorveglia: i ladri del porto hanno le loro regole, le osterie i loro buttafuori, e la guardia ci scende soltanto in gruppo.
Ricchi e poveri
A Thalmyra si capisce quanto vale un uomo guardando a che altezza abita. In cima stanno l’Accademia e il Re, che però abita più in basso, sulle scogliere sopra il porto, perché vuole vedere le navi. Poi vengono le case delle Case di banca e dei nobili, sui fianchi alti della Trapeza e dell’Akra, con i cortili, le cisterne, le biblioteche e i giardini pensili; poi i mercanti, i tabellioni, i maestri delle arti; poi i Calami, dove vivono studenti e copisti che sono poveri quasi quanto i portuali ma lo sono con più dignità e meno pane. In fondo alla collina, la Marina.
La differenza non è soltanto nella vista. In alto si beve l’acqua delle cisterne, in basso quella degli acquaioli; in alto si mangia pane bianco, in basso focacce di ceci; in alto ci si ammala di gotta, in basso di febbri. Uno scaricatore guadagna mezza nave al giorno, quando lo chiamano, e lo chiamano all’alba, davanti alle gru, scegliendo i più forti; un copista guadagna a riga e rovina gli occhi entro i quarant’anni; un banchiere della Trapeza guadagna mentre dorme. I poveri hanno la Chiesa, con il pane distribuito nelle carestie, la Chiusura dei Registri, in cui le Case condonano i debiti più piccoli, e i banchi del porto, dove anche una vedova può depositare la sua moneta e ritrovarla il giorno dopo. È questa, in fondo, la religione vera di Thalmyra: credere che la moneta ci sarà ancora domani. Finché ci credono i poveri, i ricchi dormono tranquilli.
Storia
La città esisteva già in epoca imperiale e già allora possedeva una scuola dedicata alla conservazione dei testi antichi. Quando, dopo la morte dell’ultimo Imperatore, quasi ogni altra istituzione si disfece, i dotti di Solthar continuarono ad accumulare libri, costruire torri e discutere su parole che nessuno usava più; con il tempo l’Accademia è diventata più importante della città che la ospita. Thalmyra si trova abbastanza lontano dalla Foresta di Umbra, e a quanto pare non le è mai dispiaciuto.
Sotto l’Impero Thalmyra era il porto principale della provincia: gli horrea, l’acquedotto, i frangiflutti, le torri dell’imboccatura e il faro dell’Akra risalgono a quel tempo, come la scuola da cui è nata l’Accademia. Durante la Guerra Civile la città fu assediata più di una volta, dicono, ma non fu mai presa d’assalto: le sue mura sono buone, la baia si difende facilmente e, soprattutto, i suoi banchieri trovavano sempre il modo di pagare chi stava fuori perché se ne andasse. Il faro crollò in uno di quegli assedi, e da allora sono le luci dell’Accademia a guidare le navi. Quando Solthar divenne un Regno, Thalmyra ne fu la capitale senza che nessuno avesse bisogno di deciderlo.
Eventi nella saga
L’età dei regni
Di notte, nella sala più grande dell’Accademia, Lysandros trova nella rilegatura di un trattato di botanica la testimonianza di un custode fuggito da Umbra nei primi giorni della Guerra Civile: l’uomo era arrivato a Thalmyra e aveva nascosto il volume tra gli scaffali, scegliendo un libro che pochi storici avrebbero avuto motivo di consultare. Il Consiglio approva in segreto la Spedizione di Lysandros a Umbra, subordinata all’approvazione del Re: gli studiosi lasceranno Thalmyra in piccoli gruppi, i mercenari saranno assunti fuori città. Nei quartieri vicini al porto, intanto, gli studenti abbassano la voce quando entra uno sconosciuto, i servi portano casse chiuse verso edifici secondari e i magazzini raccolgono corde, tende e attrezzi da scavo; dalle porte laterali degli edifici amministrativi entrano ed escono mercenari. L’ho visto con i miei occhi, mentre fingevo di portare legna.
Nel palazzo sulle scogliere, Varricus riceve in una sola mattina la notizia della morte di Lucius Aurelianus, dell’elezione di Titus e della marcia di Thalios su Arakhan, e apre i forzieri della Banca Reale per comprare i corsari delle Isole. Le navi corsare, senza bandiera e con i nomi ridipinti di fresco, si riforniscono ai moli reali, e a Thalmyra nessuno ignora per chi combattano. Quando Titus minaccia di ritirare l’oro della Chiesa dalle banche della città («Farebbe fallire mezza Thalmyra», dice il suo Tesoriere), il Re rifiuta e stringe il Patto dell’Oro, del Ferro e del Sangue. Il manifesto della Lega viene letto ad alta voce davanti ai palazzi del credito, e nei porti gli equipaggi delle Isole brindano a Varricus.
Thaleia Serakh, fuggita da Chrysepolis, convince Zafir a portarla a Solthar da Re Varricus.
