Territori di Aeterna

Informazioni

CampoValore
TipoDominio della Chiesa del Silenzio; non è uno degli otto Regni, ma siede fra loro
CapitaleAeterna
SovranoIl Sommo Pontefice, «per il futuro Imperatore»; all’inizio dei fatti Lucius Aurelianus
GovernoPontefice, Cardinali e uffici della Cittadella Imperiale; in città le parrocchie, in campagna i rettori delle tenute
Seggio al concilioIl trono centrale dei nove, davanti al seggio vuoto dell’Imperatore
EmblemaIl nero e l’argento della Chiesa
EsercitoNessun esercito regio; reparti pagati dalla Chiesa e l’Ordine dei Silenti
MonetaLe monete della Chiesa, accettate per rispetto; nei mercati quelle di Solthar e di Thalassar
FedeChiesa del Silenzio
ConfiniVindelia e Ferrata a oriente; il mare
Prima apparizioneL’età dei regni

I Territori di Aeterna sono la città di Aeterna e le campagne che le restano intorno: l’ultimo pezzo di terra che non appartiene a nessun Re. Li governa la Chiesa del Silenzio, che non li chiama un Regno e non chiama Re il suo Sommo Pontefice: sostiene di custodirli per il futuro Imperatore, come si custodisce la casa di un padrone in viaggio. Nella Sala del Trono della Cittadella Imperiale i nove troni minori stanno a semicerchio davanti al seggio vuoto dell’Imperatore: otto spettano ai Re, quello centrale alla Chiesa. Gli altri sovrani, quando ne parlano, dicono «la Capitale» o «le province di Aeterna»; il popolo dice «le terre dei preti». Io la chiamo un Regno di Preti, e non ho trovato ragioni per smettere.

È il più piccolo dei poteri del Continente per terra e soldati, e il più grande per tutto il resto. Non ha legioni, produce poco di ciò che mangia e ha campagne in buona parte tornate palude; ma riceve la Decima da ogni Regno, custodisce gli archivi da cui dipendono le dinastie, e il suo Pontefice presiede il concilio dei Re. Un Re può avere un esercito; la Chiesa ha la pergamena che dice se suo padre era davvero suo padre.

«Noi non abbiamo legioni.»

Geografia e territorio

Il dominio è poca cosa, a vederlo su una carta: la città, una corona di campagne intorno alle mura, qualche striscia di terra lungo le vie consolari e un tratto di costa con il porto. I confini veri nessuno li ha mai disegnati con cura, perché la Chiesa preferisce che non lo si faccia. A oriente le campagne si confondono con quelle di Vindelia, vuote al confine e via via più ordinate verso le pianure; oltre le colline si alzano le montagne di Ferrata, e la strada occidentale dei passi scende fin dentro le province della Capitale. Le pietre di confine, dove ci sono, portano incise le lettere della Cittadella, e i contadini dei due lati le spostano di notte con molta devozione.

La città sta su un terreno che sale dolcemente dal fiume verso la Cittadella. Intorno alle mura c’è il Suburbio, come gli scribi chiamano ancora con una parola antica la campagna della Capitale: colline basse, vigne, orti e oliveti nelle tenute della Chiesa più vicine alla città; poi, allontanandosi, campi abbandonati, filari di pietre che segnavano poderi imperiali, ville in rovina con le colonne usate come stipiti dei porcili. Verso il mare e lungo il fiume la terra è piatta e bassa, e lì molti campi sono tornati paludi: canneti, acque ferme, nebbie che salgono la sera, e d’estate le febbri, che i contadini chiamano «l’aria cattiva» e i preti chiamano volontà del Silenzio.

Il clima è mite, più del Nord e meno del Sud: inverni di pioggia, estati lunghe e secche, in cui l’acqua diventa la merce più preziosa della città.

Popolazione e insediamenti

Quasi tutta la gente dei Territori vive dentro le mura. I preti sostengono che la città conti ancora quasi un milione di anime; io immagino che abbiano contato anche i ratti, i morti nei cimiteri e le statue degli Imperatori. La città vera occupa forse un terzo dello spazio racchiuso dalle mura; il resto è rovina, e del resto parlo nella voce che le dedico.

Fuori dalle mura gli abitanti sono pochi e sparsi. Ci sono i casali delle tenute, grandi fattorie fortificate costruite dentro o accanto alle ville imperiali, dove vivono i coloni della Chiesa con le loro famiglie e i loro animali; ci sono i borghi lungo le vie consolari, nati attorno a una stazione di posta o a una basilica di campagna; ci sono i pescatori della costa e i barcaioli del fiume. Nelle paludi vivono soltanto i tagliatori di canne, i cacciatori di anguille e chi non vuole essere trovato.

Governo e amministrazione

Sopra tutto sta il Sommo Pontefice, eletto dal Conclave, che porta i titoli di «Custode degli Archivi e Supremo Giudice della Memoria» e siede su quello che i Silenti chiamano «il trono della Chiesa e di Aeterna». All’inizio di questa storia è Lucius Aurelianus, vecchio e stanco; alle sue spalle cammina Titus, che non ha ancora un titolo all’altezza del potere che esercita. Intorno al Pontefice stanno i Cardinali e gli uffici della Cittadella: il Tesoriere, che risponde dei conti, delle tasse e dei granai; il Prefetto della Città, che risponde dell’ordine, delle porte e dei mercati; il Prefetto dei Corrieri; gli archivisti e gli scribi.

In città la cellula del governo è la parrocchia. È lei che registra chi nasce e chi muore, distribuisce il pane, sa chi abita in quale stanza e chi ha un debito, e riferisce alla basilica del quartiere, che riferisce alla Cittadella. Sotto i Cardinali lavora una folla di funzionari laici dai nomi imperiali: gli edili, che sorvegliano strade, pesi e misure; i gabellieri delle porte; gli acquari delle fontane; i pesatori del Foro.

In campagna governano le tenute. Ogni tenuta della Chiesa ha un rettore, quasi sempre un prete, che riscuote i canoni, tiene il registro dei coloni, giudica le liti minori e manda il grano ai granai della città. I rettori rispondono al Tesoriere, e il Tesoriere li cambia spesso, perché un rettore che resta troppo a lungo nella stessa tenuta comincia a considerarla sua.

Legge e giustizia

Nei Territori la legge è quella della Chiesa, e i suoi tribunali giudicano tanto i peccati quanto i furti. I processi si fanno per iscritto, davanti a un giudice ecclesiastico e a due scribi, e la sentenza viene registrata prima ancora di essere eseguita. Le pene sono quelle di ogni città del Continente: la frusta, la gogna, il bando, le galere della Chiesa, la forca per i delitti più gravi. Ma la pena che fa paura davvero è un’altra.

Ad Aeterna si può perdere il nome. Il tribunale può ordinare che un condannato sia tolto per un tempo dai registri della parrocchia, e chi non è registrato non riceve il pane, non può sposarsi in chiesa, non ha diritto a un atto di morte. Per i delitti contro la Chiesa e la Memoria c’è l’Ufficio della Dannazione della Memoria, e la sua pena è l’Oblio: la cancellazione completa, che per un uomo di Aeterna è peggio della morte, perché la morte almeno lascia una riga.

Le leggi minori sono editti del Prefetto della Città, affissi alle porte delle basiliche su pergamena nera a lettere d’argento. Uno di questi, sulle pietre dei quartieri vuoti, è tra le mie carte.

Economia

I Territori non producono quasi niente di ciò che consumano, e vivono di quello che entra. Entra la Decima, da ogni Regno, scavalcando i Re: grano, denaro, a volte schiavi e terre lasciate in eredità da fedeli preoccupati per la propria Memoria. Entrano gli affitti delle case che la Chiesa possiede in città, che sono moltissime, e i canoni delle tenute. Entrano le tasse: il dazio alle porte su ogni carro, la licenza per ogni banco, la tassa sull’acqua. Entra, soprattutto, il denaro dei ricchi che pagano per i propri Monumenta e per una riga negli Annali al Mercato della Memoria.

Le tenute producono vino, olio, ortaggi e un po’ di grano, che non basta nemmeno ai preti. Il grano vero arriva da Vindelia, in buona parte sotto forma di Decima, e dal Sud per mare. Nelle officine della Chiesa si lavorano la pergamena, l’inchiostro, l’argento delle vesti e dei sigilli e la pietra dei Monumenta; nei quartieri bassi si conciano le pelli dove un tempo si tingevano i mantelli delle legioni.

L’oro che avanza, e ne avanza, dorme nei forzieri delle banche di Thalmyra, e da lì viene prestato ai Re.

Commercio

Il commercio dei Territori è quasi tutto in entrata. Nel vecchio Foro, sotto i portici imperiali, c’è il mercato del grano e delle farine, con le misure ufficiali della Chiesa incise nel marmo dei banchi. Lungo il fiume c’è l’Emporio, con il sale, l’olio, il vino e il pesce salato che arrivano dal porto. Dalla strada dei passi scendono i convogli di Ferrata con le armi comprate al prezzo calmierato, che la Cittadella fissa e i fabbri maledicono; dalla costa salgono le navi del grano.

Le esportazioni sono più leggere, e più care: lettere di indulgenza, genealogie, copie autenticate di atti e registri, benedizioni, reliquie. Nessun Regno del Continente vende qualcosa che costi così poco da produrre e valga tanto per chi lo compra.

Chi può commerciare dentro le mura lo decide la Chiesa, e una licenza per un banco al Foro costa più del banco stesso. Per questo ogni quartiere povero ha il suo mercato nero.

Esercito

I Territori non hanno un esercito regio, e non hanno più vere legioni dai tempi della Guerra Civile. Hanno reparti pagati dalla Chiesa, abbastanza per l’ordine pubblico e non per la guerra: i legionari della Chiesa, le guardie cittadine con le picche, la Guardia notturna, le guarnigioni delle porte e delle mura, le guardie delle basiliche e dei palazzi. Ne parlo nella voce sull’Esercito di Aeterna. Fuori dalle mura, le tenute hanno qualche uomo armato per tenere lontani i briganti, e i casali più grandi hanno una torre.

Il solo corpo davvero temuto è l’Ordine dei Silenti, che non è un esercito ma un coltello. Quando c’è bisogno di una guerra vera, la Chiesa paga mercenari con l’oro della Decima, oppure chiede a un Re di combatterla per lei. Quando è un Re a chiedere aiuto, da Aeterna partono ordini e non uomini.

Società

Ad Aeterna la distanza fra chi ha e chi non ha si misura in passi dal centro. In alto stanno i Cardinali, i prelati, le famiglie nobili che hanno conservato terre e cariche dai tempi dell’Impero, e i banchieri che lavorano per la Chiesa. Sotto di loro scribi, notai, funzionari degli uffici della Cittadella, orafi, lapicidi che incidono i Monumenta dei ricchi. Poi i bottegai, i fornai, i facchini del porto, i muratori. In basso conciatori, tintori, lavandaie, mendicanti, orfani, soldati mutilati, schiavi della Chiesa, e chiunque non abbia un nome abbastanza in ordine da ricevere il pane.

Nelle campagne la società è più semplice: la Chiesa possiede, i coloni lavorano. Un colono paga un canone in natura, non può lasciare la tenuta senza il permesso del rettore e lascia il proprio posto ai figli insieme al debito.

La vera linea che divide la gente, però, non è il denaro: è il registro. Chi è iscritto alla propria parrocchia esiste, riceve il pane nelle carestie, può sposarsi e sarà ricordato. Chi non lo è, ad Aeterna, è soltanto qualcuno che non è ancora morto.

Famiglia e vita privata

La famiglia, ad Aeterna, è prima di tutto un foglio: l’estratto di parrocchia con i nomi dei genitori, dei figli, dei matrimoni e dei morti. Le famiglie povere lo conservano con più cura del cibo, avvolto in un panno e nascosto nel muro, perché perderlo significa perdere il diritto al pane. Le famiglie ricche lo conservano negli Archivi, con una copia in casa incorniciata accanto agli antenati.

Il matrimonio si celebra in basilica davanti a un prete che lo registra, ed è il registro, non la cerimonia, a renderlo valido. Le nozze dei nobili si combinano come altrove, per terre e alleanze; quelle dei poveri si combinano spesso per una stanza, perché due nomi in un registro hanno più diritto a una casa della Chiesa di un nome solo. Ad Aeterna è proibito pagare chi piange ai funerali; è permesso, e caro, pagare chi scrive.

Vita quotidiana

La giornata la dettano le campane: la Prima Campana, con il suo orologio ad acqua, dà il ritmo alle parrocchie, e le altre la seguono, più o meno puntuali. Le fontane le aprono e le chiudono gli acquari, a orario, e non sempre allo stesso orario per tutti; dove le fontane tacciono, l’acqua la portano gli acquaioli in anfore sulla schiena, a prezzo di mercato nero. Il pane, nelle carestie, si prende in parrocchia, in fila, con il proprio foglio in mano.

Di notte i quartieri centrali li pattuglia la Guardia, con le lanterne e i calzari chiodati; nei sobborghi deserti, all’alba, nessuno esce finché il sole non ha scacciato ladri, mendicanti e randagi. In campagna la vita segue i lavori dei campi e le campane delle basiliche di campagna, che si sentono da un casale all’altro attraverso le paludi.

Alimentazione

Si mangia pane di grano di Vindelia, quando arriva, e pane di farro e d’orzo quando non arriva. I poveri vivono di minestre di legumi e di farro, di cipolle, di cavoli degli orti costruiti nei giardini imperiali, e di pesce salato dell’Emporio, che costa meno della carne; le anguille delle paludi le mangia chi le pesca, e chi le compra le paga come un lusso. I ricchi mangiano come al Sud, con spezie, carne, vino delle tenute e frutta che arriva per mare.

L’acqua migliore è quella dell’Acqua Vetere, fredda e con un leggero sapore di ferro; chi può permetterselo la beve, chi non può beve quella dei pozzi e delle cisterne. Quella del fiume, a valle delle concerie, non la bevono nemmeno i cani.

Abbigliamento e cultura materiale

Il nero e l’argento sono i colori della Chiesa e, per estensione, della città. I preti portano il grande Cappello circolare del Silenzio, largo e piatto come un disco; i Cardinali vesti fruscianti, anelli e servitori; i preti dei quartieri poveri tuniche grigie consumate. Le famiglie nobili conservano un modo di vestire antico, con tuniche lunghe e mantelli drappeggiati come nelle statue degli antenati, e lo considerano una prova di sangue. Il popolo veste lana e lino di colori spenti, che costano meno da tingere.

Ad Aeterna quasi tutto è riusato: le case hanno pareti di pietra imperiale, le soglie sono vecchie lapidi, le vasche ornamentali fanno da abbeveratoi. Le cose nuove sono poche, e quasi tutte di carta.

Religione

Aeterna è il cuore della Chiesa del Silenzio, e la religione non è una parte della vita dei Territori: è la loro amministrazione. Ci si confessa, ci si sposa e si muore davanti allo stesso ufficio che riscuote le tasse e distribuisce il pane. Il popolo continua a pregare le Nove Figure come intermediarie del Silenzio, negli altari laterali delle basiliche; i preti lo lasciano fare, finché le preghiere finiscono nei registri giusti.

Le basiliche dei quartieri sono quasi tutte edifici imperiali con un altare dentro e un campanile sopra: la Basilica Libitina, la più antica; quelle dei Tintori, delle Acque, delle Sette Porte, delle Mura. Nelle campagne le basiliche delle tenute servono insieme da chiesa, da granaio e da ufficio del rettore.

Cultura e istruzione

Nei Territori si impara a leggere per scrivere registri. Ogni basilica tiene una scuola in cui i figli dei funzionari, dei bottegai e dei pochi poveri fortunati imparano le lettere, i numeri e le formule degli atti; i migliori passano agli scriptoria della Cittadella, e da lì agli uffici o al Quartiere degli Scribi. Gli Archivi Centrali custodiscono, si dice, ogni registro mandato ad Aeterna da ogni parrocchia del Continente, e chi li ha visti parla di corridoi in cui ci si può perdere per un giorno.

Ad Aeterna non c’è un’Accademia come quella di Thalmyra, e la Chiesa non ne sente il bisogno: il sapere, qui, non si discute, si conserva. Molti preti di Solthar, del resto, vanno a studiare a Thalmyra e tornano con idee che la Cittadella preferisce non ascoltare.

Feste e usanze

Le feste dei Territori sono quelle della Chiesa, e si celebrano qui con più solennità che altrove. Alla morte di un Pontefice la Magna Campana suona tre rintocchi separati da lunghe pause, la Cittadella si copre di drappi neri e argentati e le campane della città suonano per tre giorni; un solo lungo rintocco accoglie il successore.

Ogni parrocchia, una volta l’anno, legge in basilica i nomi dei propri morti dell’anno, uno per uno, davanti ai parenti; nei quartieri poveri è la sola occasione in cui il nome di un uomo viene pronunciato ad alta voce da un prete, e la gente ci va vestita come a una festa. Nelle tenute, alla vendemmia, il rettore benedice il primo tino, e il primo vino va alla basilica: il secondo, dicono i coloni, è quello buono.

Strade, trasporti e comunicazioni

Da Aeterna partono le vie consolari, che scendono a raggiera dalla Cittadella verso le porte e da lì verso tutto il Continente; le pietre miliari di ogni Regno contano ancora la distanza da qui. Dentro i Territori le vie sono in condizioni migliori che altrove nei tratti vicini alle porte, perché ci passano i cortei, e peggiori dove attraversano le paludi, dove i lastroni affondano e si cammina su argini di fango. La strada occidentale dei passi porta a Ferrata; le strade del Nord portano alle pianure di Vindelia.

Il porto ha banchine imperiali abbastanza grandi per flotte intere, ma metà dei moli è crollata: le navi del grano attraccano agli unici moli ancora sicuri, che appartengono alla Chiesa e sono sorvegliati giorno e notte. Le notizie le portano i corrieri della Chiesa, con le loro lettere nere sigillate d’argento, che passano dappertutto e arrivano dappertutto prima di quelle dei Re. Di viaggi e di strade parlo più a lungo in Viaggiare ad Aeterra.

Storia

Prima dell’Impero

Aeterna c’era prima dell’Impero, o almeno così dicono i dotti di Thalmyra quando vogliono dire che una cronaca è molto antica. Negli archivi della Cittadella esistono registri «della Fondazione», sotto sigillo, e nessuno mi ha saputo dire che cosa sia stato fondato, né quando.

Durante l’Impero

Per secoli Aeterna fu la capitale dell’Impero: da qui partiva ogni ordine destinato alle province, e ogni guerra, tassa, strada o acquedotto richiedeva almeno un sigillo custodito nella Cittadella. Tre milioni di persone ne affollavano le strade, e le campagne intorno erano un giardino di ville, poderi e acquedotti che portavano l’acqua alla città. Le terre della Capitale non erano una provincia: erano il centro da cui le province si contavano.

Caduta dell’Impero

L’ultimo Imperatore morì circa centotrentatré anni fa, senza eredi, e con lui la sua stirpe (Morte dell’ultimo Imperatore). Durante la Guerra Civile che seguì, le statue degli Imperatori furono abbattute, la Cittadella fu segnata dagli incendi e la popolazione crollò; le ultime legioni cittadine furono divise, vendute, distrutte o assorbite dai Regni. Le ville delle campagne furono saccheggiate una dopo l’altra, gli acquedotti smisero di essere riparati, e i campi lungo il fiume cominciarono a tornare palude.

Formazione del Regno

Mentre i governatori delle province diventavano Re, ad Aeterna non rimase nessuno a cui dare una corona, e la Chiesa del Silenzio occupò il Palazzo e lo fece suo, abitandone una parte e murando il resto. Non proclamò un Regno: proclamò una custodia. Da allora i Pontefici governano la città e le sue campagne in nome di un Imperatore che non c’è, e i Re, che pure si sono presi tutto il resto, non hanno mai osato prendersi questo. Come sia andata, anno per anno, non lo so: i registri di quel tempo stanno negli Archivi, e gli Archivi li legge chi li custodisce.

Età dei Regni

Le guerre civili si sono chiuse con l’Armistizio, dodici anni fa, e da allora la Sala del Trono della Cittadella è tornata a servire per le rare riunioni dei sovrani. All’inizio di questa storia i Territori sono quello che sono da un secolo: una città troppo grande per la gente che ci vive, campagne troppo vuote per nutrirla, e una Chiesa troppo ricca per lasciarla morire.

Rapporti con gli altri Regni

Thalassar. Il figlio devoto che porta i doni più ricchi e chiede in cambio di essere lasciato fare. Paga la Decima, prende in prestito l’oro della Chiesa, partecipa ai concili e tratta i preti come tratta i funzionari: con rispetto, finché servono.

Vindelia. La figlia più obbediente. I suoi territori confinano con quelli di Aeterna, e la Capitale santa mangia, in buona parte, pane di Vindelia: una dipendenza reciproca di cui soltanto una delle due parti sembra essersi accorta.

Ferrata. Il fornitore più importante e il più rancoroso. La Cittadella compra armi al prezzo calmierato, e il confine occidentale di Ferrata, verso le province di Aeterna, è quello che i ferratini sorvegliano con più attenzione: la Chiesa non ha soldati, ma ha il diritto di dire quale ferro è benedetto.

Solthar. Il socio. L’oro della Cittadella dorme nelle sue banche, e la protezione della Chiesa garantisce i suoi contratti in tutto il Continente. Si trattano con rispetto, con puntualità e senza fidarsi.

Valdoran. Il Regno che tiene il Limes per tutti e chiede aiuto ad Aeterna più spesso di tutti. Ne riceve benedizioni, ordini e lettere.

Arakhan e Caldor. Regni del Silenzio che pagano la Decima con meno entusiasmo degli altri, e di cui la Cittadella si ricorda quando c’è da contare i fedeli o le monete.

Le Amazzoni di Amana e le Sette Isole. Per la Chiesa, eretiche le prime e predoni i secondi. Ad Aeterna se ne parla nelle prediche più che nei consigli.

Note del Disertore

Ho vissuto ad Aeterna più a lungo di quanto sia sano, e ne sono uscito con un’impressione che non sono mai riuscito a scrollarmi di dosso: che sia l’unico Regno del Continente che non ha bisogno di vincere. Gli altri devono conquistare, difendere, sfamare, eleggere, ereditare. Aeterna deve soltanto aspettare. Ha aspettato che l’Impero morisse, che i Re si stancassero di farsi la guerra, che le Decime arrivassero; aspetterà, se occorre, che arrivi l’Imperatore, e quando arriverà gli presenterà il conto.

I Re la disprezzano a voce alta e la temono a voce bassa. Hanno ragione su entrambe le cose. È una città che non sa più riparare un acquedotto, ma sa con precisione chi era tuo nonno; che non ha un esercito, ma ha la lista di chi ne ha uno; che non produce pane, ma decide chi lo mangia.

Chiamarla Regno, lo so, è un abuso. I preti mi correggerebbero. Ma ho visto molti Regni, e nessuno governava così da vicino la vita dei suoi sudditi, dalla culla alla fossa e oltre.