Viaggiare ad Aeterra

Informazioni

CampoValore
TipoVita nel Continente
Strade maggioriVia del Nord, Via delle Diocesi, strada costiera di Solthar, strade dei passi di Ferrata
MezziA piedi, a cavallo, carri a buoi, muli, cammelli, slitte, chiatte, navi
SosteStazioni di posta, osterie, caravanserragli, fondachi
NotizieCorrieri reali e della Chiesa, mercanti, preti, fuochi, specchi, colombe
Vedi ancheDenaro e mercati, Le rovine imperiali

Nel Continente si viaggia sulle strade di un altro. Le ha costruite l’Impero, per far correre legioni, tasse e ordini da Aeterna alle province, e i Regni ci camminano sopra da più di un secolo senza averle mai rifatte. Reggono quasi ovunque, perché furono costruite da gente che non aveva fretta; dove cedono, nessuno sa più come rimetterle in piedi. Le pietre miliari, lungo i bordi, contano ancora la distanza da Aeterna, e soltanto quella: a nessun ingegnere imperiale venne in mente che un giorno qualcuno avrebbe voluto sapere quanto mancava a casa.

Ho passato buona parte della vita su queste strade, prima con una lancia e poi senza. Quello che segue è ciò che ho imparato, e qualche cosa che mi hanno raccontato persone di cui mi fido abbastanza.

Le strade

Le vie imperiali. Sono larghe quanto basta perché due carri si incrocino senza litigare, lastricate al centro con grandi pietre squadrate e sterrate ai lati per le bestie e i carri pesanti. In pianura corrono diritte per giornate intere, rialzate sopra i campi perché le piene non le inghiottano; in montagna stanno su massicciate tagliate nella roccia, attraversano i torrenti su ponti di pietra a una o più arcate e, nei passi di Ferrata, entrano perfino in brevi gallerie scavate nella montagna, alte quanto un carro e strette quanto la pazienza dei carrettieri. Ogni tanto si trovano ancora i fossi di scolo puliti, e allora si capisce che lì vicino vive qualcuno che ci tiene.

Le pietre miliari. Ai lati delle vie stanno i cippi, colonne di pietra alte quanto un ragazzo, con il nome dell’Imperatore che restaurò la strada (quasi sempre scalpellato) e un numero: la distanza da Aeterna. Il numero non dice di che cosa sia la distanza, e quasi nessuno se lo domanda. Al Nord li usavamo per affilare i coltelli; altrove li hanno spaccati per farne soglie, gradini e pietre da macina. Uno di quelli che ho copiato è tra le mie carte.

Chi le ripara. In pratica nessuno, e ognuno a modo suo. Solthar tiene le sue strade meglio di tutti, perché i mercanti pretendono di arrivare in orario e pagano perché succeda. In Vindelia il genio delle Legioni sostituisce i ponti crollati con ponti di legno su pali, che vanno rifatti ogni pochi anni. Thalassar cura le grandi vie, come la Via delle Diocesi che sale verso il centro del Continente, e lascia andare il resto: fuori dai grandi assi la rete è molto meno fitta di quanto i suoi mosaici vogliano far credere. A Valdoran la Via del Nord è ancora quella dell’Impero, e nessuno l’ha toccata se non per portarsene via un pezzo. Caldor ha una sola strada imperiale degna del nome, che d’inverno resta chiusa per settimane. In Ferrata, dove tre strade si incontrano ai passi, si dice che chi le tiene tiene il Regno; e chi vuole chiuderle sa dove farlo.

Le altre strade. Tutto il resto sono mulattiere, sentieri di carbonai, tratturi per le greggi, piste di terra battuta che dopo una notte di pioggia smettono di esistere. Nel deserto di Arakhan non ci sono strade ma piste, che vanno da un pozzo all’altro e sono segnate da cumuli di pietre: chi le conosce le chiama per nome, chi non le conosce non le vede.

Stazioni, osterie e caravanserragli

L’Impero aveva disseminato le sue vie di due specie di stazioni. Le stazioni di cambio, a una quindicina o una ventina di chilometri l’una dall’altra, tenevano cavalli freschi per i corrieri; le stazioni di sosta, a una giornata di cammino, avevano anche stalle, letti, un bagno e un ufficiale che registrava chi passava. Gli scribi le chiamano ancora con i nomi antichi, mutationes e mansiones; la gente le chiama la posta.

Ne restano moltissime, e quasi nessuna fa più il mestiere per cui era nata. In Vindelia sono diventate caserme, osterie o tutte e due le cose insieme; lungo le strade secondarie di Thalassar sono stalle, rovine o covi di banditi, e un viaggiatore prudente impara a guardare il fumo del camino prima di bussare. Dove funzionano ancora, le tiene un mansionario, che vive di pedaggi, di letti e di vino annacquato, e che conosce le notizie del Regno prima del Re. Il tariffario di una di queste stazioni, copiato con pazienza da una tavola inchiodata alla porta, è tra le mie carte.

Nel deserto le stazioni si chiamano caravanserragli e stanno attorno ai pozzi: un cortile per gli animali, stanze per i mercanti, e un sorvegliante del Re di Arakhan che conta i carichi e riscuote il pedaggio. Nei porti di Solthar i mercanti stranieri dormono nei fondachi, grandi magazzini con le stanze al piano di sopra, dove dormono, contano e vengono contati.

Le osterie vere e proprie stanno dove si fermano i carri: ai ponti, ai guadi, alle porte delle città e ai crocevia. Ci si dorme in una sala comune, sulla paglia, con le scarpe sotto la testa; chi ha denaro paga una stanza e la divide comunque con qualcuno. Al Nord, d’inverno, non ho mai visto chiudere una porta in faccia a chi bussava con la neve addosso, ma ho visto molte volte fargli pagare il doppio la mattina dopo.

Quanto si cammina

Le distanze, nel Continente, non si misurano in chilometri ma in giornate, e una giornata dipende da troppe cose perché qualcuno la scriva su una pietra. Quello che segue vale con il bel tempo, su una buona strada, e se i ponti tengono.

Un uomo a piedi, carico del suo, fa una trentina di chilometri in una giornata su una via imperiale, la metà in montagna. Una legione in marcia ordinata ne fa poco meno, ma arriva insieme, ed è questa la differenza. Un carro a buoi va lento e non si ferma mai: quindici o venti chilometri al giorno, e trasporta quello che dieci muli non porterebbero. Un uomo a cavallo, con un solo cavallo, fa poco più dei fanti, perché il cavallo deve arrivare vivo anche domani.

Il corriere che trova a ogni stazione un cavallo fresco è un’altra faccenda: lungo una via imperiale in ordine può coprire in un giorno quello che un fante copre in una settimana. In Ferrata i corrieri del Re scendono dalle montagne a Solthar in due giorni. Il guaio è che le stazioni con un cavallo fresco sono sempre meno, e un corriere che ne trova una vuota diventa in un attimo un uomo a cavallo come tutti gli altri.

Nel deserto si viaggia di notte o nelle ore fresche, con i cammelli, in carovana; un messaggero che sa leggere le stelle attraversa le sabbie più in fretta di qualunque cavaliere, a meno che non lo inghiottano una tempesta o i predoni. D’inverno, al Nord, ci si muove con le slitte o non ci si muove; a primavera il disgelo trasforma ogni strada in fango e ogni fiume in un muro.

Per acqua

Chiunque possa farlo, nel Continente, preferisce la nave alla strada. Lungo le coste di Solthar e di Thalassar le merci pesanti viaggiano quasi tutte per cabotaggio, da un porto all’altro senza mai perdere di vista la terra, e un carico d’olio arriva più in fretta e a miglior prezzo per mare che sui carri. A Caldor si va da una cala all’altra in barca, perché per terra ci vorrebbero giorni di mulattiere. In Vindelia l’Arvena e gli altri fiumi grandi portano chiatte piatte cariche di grano, mattoni e legna: scendere è facile, risalire controcorrente con i buoi che tirano dall’argine richiede il triplo del tempo e la metà della pazienza. In Ferrata, per un tratto del Kelados, il carbone di legna scende verso Solthar su zattere di tronchi.

Il mare ha però i suoi pedaggi: le tempeste, le stagioni in cui nessun capitano assennato lascia il porto, e i Corsari delle Sette Isole, che non chiedono il permesso a nessuno.

Pedaggi e porte

Si paga quasi dappertutto, e quasi sempre per passare: i ponti, i guadi, le porte delle città, i passi, i pozzi. I pedaggi più cari sono quelli dei passi di Ferrata, dove i convogli vengono contati e fatti aspettare finché non arriva il permesso; i più odiati sono quelli dei ponti, perché un ponte non lo puoi aggirare. I preti, quasi ovunque, passano senza pagare; i soldati in servizio quasi sempre; i morti portati a seppellire sempre, almeno sulle tavole dei pedaggi che ho letto io.

Le città hanno porte che si chiudono al tramonto e si riaprono all’alba, e chi arriva tardi dorme fuori, nelle osterie che nascono apposta sotto le mura. In Vindelia i corrieri del Re entrano nella Capitale da una porta loro, riservata e registrata.

Lettere e notizie

Le notizie viaggiano in quattro modi, e ciascuno ha il suo difetto. I corrieri reali sono rapidi e cari, e portano soltanto ciò che interessa al Re. I corrieri della Chiesa, con le loro lettere nere sigillate d’argento, passano dappertutto, e quello che portano lo sa la Cittadella prima di chiunque altro. I mercanti e i preti portano le lettere dei privati, che arrivano tardi e già lette. Il quarto modo è il più veloce: i segnali. Lungo il Limes ogni torre dovrebbe vedere le due vicine, così che un fuoco acceso basti ad avvertire tutta la linea; lungo la costa di Thalassar le torri dei fuochi annunciano una flotta pirata prima che arrivi; in Arakhan le oasi si parlano con gli specchi; in Ferrata un avviso salta di cima in cima con il corno e il fuoco; a Solthar volano le colombe, e le reti del Re e delle Case se le rubano a vicenda.

Una lettera privata, da un capo all’altro del Continente, arriva in qualche settimana, se arriva. Chi deve mandare denaro, invece, non manda denaro: manda una carta, come si spiega in Denaro e mercati.

I pericoli

I banditi, prima di tutto, che preferiscono le stazioni abbandonate e i tratti di strada fra due Regni, dove nessuno dei due si sente obbligato a intervenire. Poi il tempo: la neve sui passi, il fango della primavera, le piene che portano via i ponti di legno, le tempeste di sabbia. Poi i luoghi in cui le strade semplicemente smettono. Nelle Selve di Amana le piste spariscono dopo una notte di pioggia, e nessun forestiero si orienta senza una guida. Nella Foresta di Umbra le vie imperiali c’erano, lo dicono le mappe antiche, e dopo la morte dell’ultimo Imperatore sono scomparse: chi le ha cercate non è tornato a dire dove andassero.

Che cosa porta con sé un viaggiatore

Un mantello che faccia anche da coperta. Un coltello, che non è un’arma finché non serve. Un po’ di sale, che vale quasi ovunque più del suo peso. Pane secco e qualcosa da baratto. Una borsa di monete piccole e, nascoste altrove, quelle grandi. Una lettera di presentazione, se si ha qualcuno che la scriva; una lettera di credito, se si ha qualcuno che la paghi. E, al Nord, la capacità di stare zitti quando si incrocia un Duce a cavallo.

Dalle carte del Disertore

Il tariffario di una stazione di posta di Vindelia.

STAZIONE DI PONS ARVENAE
Per ordine del governatore del distretto, in nome del Re.

Esenti. I corrieri del Re, con lettera chiusa dal sigillo dell’anello: cavallo fresco, foraggio, pane, letto, e la precedenza su chiunque. I corrieri della Cittadella, con lettera nera e sigillo d’argento: lo stesso. I soldati delle Legioni in servizio, con il loro centurione o con la tessera: il ponte e l’acqua. I sacerdoti a piedi: il ponte. I morti portati a seppellire: il ponte.

Il ponte. Uomo a piedi, un rame. Uomo a cavallo, tre rami. Bestia da soma, due rami. Carro a buoi carico, mezzo argenteo o un moggio di grano; carro vuoto, la metà. Greggi e mandrie, un capo ogni cinquanta.

Il cambio. Cavallo fresco fino alla stazione seguente, per chi non è esente: un argenteo. Il cavallo si lascia alla stazione seguente con la tessera di questa stazione. Chi non lascia il cavallo paga il cavallo.

La sosta. Fieno e acqua per una bestia, una notte: due rami; con la stalla coperta, quattro. Posto nella sala comune, con la paglia: un rame, o un fascio di legna. Letto in camera, per due: mezzo argenteo. Pane e minestra: un rame. Vino della casa: un rame la brocca. Vino di Solthar: chiedere.

La moneta. Si prende l’argento di Solthar al suo peso, i sesterzi al peso, il grano al moggio regio. Le monete dell’Impero si pesano. Le monete della Cittadella si accettano. Non si prendono tessere di pozzo, né monete tosate oltre il segno della bilancia.

Avvertenze. Chi parte senza pagare è inseguito a sue spese. Le liti si portano al centurione della stazione, non al mansionario. Le porte si chiudono al tramonto.

Nella sala comune non si giocano ai dadi i cavalli del Re.

Il mansionario

Link all'originale

L’iscrizione di un cippo della Via del Nord.

IMP · ▒▒▒▒▒▒▒▒ ·
VIAM · SEPTENTRIONALEM
VETVSTATE · CORRVPTAM
LIMITI · TVENDO
RESTITVIT
AB · AETERNA
CCCLXXX

«L’Imperatore [nome scalpellato] restaurò la Via Settentrionale, guasta per la vecchiaia, per la difesa del Limes. Da Aeterna, trecentottanta.»

Link all'originale

Le carte complete, con le mie annotazioni, sono nella sezione Le carte.