Lingue e scrittura

Informazioni

CampoValore
TipoVita nel Continente
Lingua comuneLa lingua dell’Impero, cambiata da un secolo di bocche diverse
Lingua anticaQuella dei registri imperiali, delle iscrizioni e dei dotti
Altre lingueDel deserto, delle Isole, del Barbaricum, di Amana
Chi leggePreti, scribi, mercanti, nobili; pochi altri
SupportiPergamena, carta di Thalmyra, tavolette di cera, bastoni intagliati, pietra, vetro

Nel Continente tutti parlano la stessa lingua, e nessuno la parla allo stesso modo. È la lingua dell’Impero, che un secolo di bocche diverse ha piegato, accorciato e riempito di parole nuove: da Valdoran a Thalassar un mercante si fa capire, ma basta una frase perché tutti sappiano da dove viene. Leggere, invece, è un’altra faccenda. Lo sanno fare in pochi, e quei pochi decidono che cosa resta.

La lingua comune

La lingua comune è quella che si parla nei mercati, nelle osterie, nelle caserme e nelle chiese, e ha un accento per ogni Regno. In Ferrata la si parla con le sillabe staccate come colpi di martello, e con parole proprie per le cose della miniera che nessun forestiero capisce. A Caldor è una parlata dura e storpiata, piena di parole di valle, che gli stranieri trovano rozza e i cantori trovano perfetta. A Solthar ha un accento morbido, e nei porti si mescola con parole delle Isole. Al Nord, nelle province settentrionali di Valdoran, sopravvive una forma antica e deformata della lingua imperiale, dura, piena di parole che al Sud nessuno usa più; nelle vallate, invece, la parlata somiglia a quella di Vindelia.

Un orecchio allenato riconosce un uomo dalla prima frase, e un orecchio allenato è quello di un doganiere, di un oste o di un soldato. Io ho perso il mio accento del Nord in tanti anni di strade, e lo ritrovo soltanto quando sono ubriaco o arrabbiato.

La lingua antica

La lingua antica è quella dei registri dell’Impero, delle iscrizioni sulle pietre miliari, dei manuali di tattica, delle leggi imperiali e delle formule della Chiesa. Nessuno la parla più come lingua di casa. La leggono i dotti, i preti, i giuristi e gli scribi della Cittadella; a Thalmyra i maestri dell’Accademia la usano nelle aule, dicono i loro studenti, per farsi capire meno. Sulle carte dei cartografi, oltre le Sette Isole, c’è sempre una frase in lingua antica per dire che di là non c’è niente che valga la pena conoscere.

Dentro la lingua antica ci sono strati più vecchi ancora, che soltanto pochi studiosi sanno leggere e che nessuno sa leggere tutti. Alcuni testi conservati negli archivi di Thalmyra e di Aeterna usano alfabeti e parole che i dotti datano a prima dell’Impero, o a parti dell’Impero di cui non si sa più niente.

Le altre lingue

Il Continente non finisce dove finisce la lingua comune. Ad Arakhan i funzionari del Palazzo scrivono nella lingua del Continente, ma i poeti scrivono nella lingua propria del deserto, e i poeti sono più rispettati dei funzionari. I corsari delle Sette Isole hanno parole loro e, sulle braccia, lettere di un alfabeto che nel Continente nessuno sa leggere. Oltre il Limes, nel Barbaricum, le genti parlano molte lingue, e quando si riuniscono servono interpreti che corrono da un gruppo all’altro quando due parole non vogliono dire la stessa cosa. Le Amazzoni di Amana parlano la lingua comune, ma hanno parole loro per la Selva, per le sue piante e per i suoi sentieri, e non le spiegano ai forestieri.

Chi sa leggere

Dipende dal Regno, e soprattutto da quello che il Regno teme di perdere.

A Solthar sa leggere più gente che in qualunque altro Regno del Continente, Thalassar compreso: non per virtù, ma perché un mercante che non sa leggere un contratto è un mercante rovinato. Ci sono scuole di lettere e di abaco per chi paga, e le scuole delle arti, dove i garzoni imparano quanto basta per un registro. A Thalassar i figli delle grandi famiglie hanno precettori, e i figli dei funzionari imparano al Didaskaleion, la scuola degli scribi del Palazzo, la grafia della cancelleria e l’arte di scrivere una lettera che dica tutto senza promettere niente. Ad Aeterna si impara a leggere nelle scuole delle basiliche, per scrivere registri. Al Nord sanno leggere i preti, gli scribi, i figli dei Duci e qualche mercante; il resto impara a memoria preghiere, confini, sequenze dei corni e nomi dei morti. In Vindelia si impara a tenere la linea prima delle lettere, e molti non arrivano mai alle lettere. In Ferrata si sa contare molto meglio di quanto si sappia leggere. A Caldor si legge poco, e la cultura del Regno è cantata.

Chi non sa scrivere, ovunque, firma con una croce. I preti lo sanno, e scrivono il nome accanto.

Su che cosa si scrive

La pergamena è il supporto delle cose che devono durare: atti, contratti, registri, libri. La Chiesa usa pergamene nere scritte in lettere d’argento e sigillate con l’argento pontificio, e un uomo che ne vede una sul proprio tavolo sa di avere un problema. La carta si fa a Solthar, nelle cartiere lungo i torrenti delle colline, con stracci comprati in tutti i porti: costa meno della pergamena e dura meno, e i mercanti la preferiscono proprio per questo. Per le cose di ogni giorno ci sono le tavolette di cera, che si cancellano con il dorso dello stilo, e le lavagne dei banchi di scuola.

Chi non sa leggere ha trovato altri modi. In Ferrata i conti dei pozzi si tengono su bastoni di legno intagliati, spaccati per il lungo, metà al consorzio e metà all’uomo: nessuno può barare senza che le due metà smettano di combaciare. A Kasm le iscrizioni pubbliche si incidevano nel vetro e nel rame, perché l’ossidiana non si lascia scrivere. Le tribù del deserto non scrivono quasi niente e ricordano tutto: i pozzi, i cammelli famosi, le offese, le genealogie, recitate attorno al fuoco come i preti recitano i nomi davanti ai Monumenta.

I mestieri della penna

Dove si scrive c’è chi vive di scrivere. Ad Aeterna il Quartiere degli Scribi è una città di mezzo fatta di archivisti, copisti e notai; a Thalmyra i copisti lavorano a riga e si rovinano gli occhi entro i quarant’anni; a Solthar il tabellione scrive contratti, matrimoni e testamenti, e la sua firma vale quanto quella di un giudice. Ogni scrivano ha la sua grafia, e un archivista esperto riconosce una mano come un soldato riconosce un passo. È per questo che i falsari migliori del Continente non imitano le lettere: imitano le persone.