Città di Umbra
Informazioni
Campo Valore Tipo Complesso imperiale, città archivio Posizione Al centro della Foresta di Umbra Costruita da l’Impero Edificio principale Grande Cupola (Grande Archivio di Umbra) Stato noto Perduta dalla caduta dell’Impero Prima apparizione L’età dei regni
Umbra è il nome che le carte antiche danno al complesso imperiale nascosto nel cuore della Foresta di Umbra, e per estensione alla Foresta stessa. Il nome compare in testi di epoche molto diverse: è inciso sulle mappe più vecchie, citato nei registri imperiali e menzionato persino in cronache più antiche della fondazione di Aeterna. I documenti lo chiamano anche Grande Archivio, Casa della Memoria o Deposito Imperiale, e al suo centro le mappe disegnano una rete di vie, stazioni di posta e insediamenti.
Per secoli, a quanto dicono gli studiosi di Thalmyra, vi confluirono le copie dei documenti prodotti in ogni provincia di Aeterra: atti di nascita e di morte, registri di cittadinanza, giuramenti di fedeltà, sentenze, testamenti, mappe, trattati, cronache militari e resoconti di viaggio. Gli Imperatori avevano statue, monete e libri interi; gli uomini comuni avevano una riga in un registro, e quella riga finiva a Umbra (vedi Grande Archivio di Umbra). Poi l’Impero cadde, le strade sparirono e la Foresta inghiottì ogni cosa. Oggi Umbra è il luogo dal quale nessuno torna.
Che cosa se ne racconta
Al margine della Foresta si dice che al centro esista ancora una città imperiale intatta, costruita agli albori dell’Impero e abbandonata senza che nessuno sappia perché. Alcuni parlano del Grande Archivio, altri di laboratori nei quali gli ultimi Imperatori avrebbero condotto esperimenti che persino la Chiesa preferisce dimenticare. Nessuno ha prove, naturalmente; ma l’assenza di prove non ha mai impedito a un accademico di costruirci sopra una carriera.
Anche i preti di Aeterna, a quanto pare, tremano all’idea che qualcuno trovi le pergamene originali, e non vedono di buon occhio chi tenta di entrare a Umbra senza il loro controllo. Ho visto con i miei occhi due sacerdoti venuti da Ovest fare domande su una spedizione di Solthar, controllare i nomi degli studiosi e offrire denaro agli scaricatori per avere copie degli inventari. Se scopri l’inizio vero di una storia, puoi accorgerti che il finale raccontato dalla Chiesa è falso. O almeno così mi piace immaginare.
Eventi nella saga
L’età dei regni
La conca. Uscita dalla Foresta, la spedizione di Lysandros si trova davanti a una vasta conca d’erba alta, piena di sole e di vento vero. Al centro sorge una città imperiale vera e propria, intatta: strade, archi, colonnati, piazze e scalinate tanto larghe da poter essere percorse da intere coorti, templi, portici geometrici, edifici amministrativi; statue colossali sorvegliano gli incroci. Le lastre di marmo delle strade sono pulite e le facciate senza una crepa. Mancano però i quartieri popolari: niente case comuni, mercati, botteghe o vicoli, nulla costruito per ospitare famiglie o animali. Cornelius dubita che sia mai stata una città: Lysandros pensa a un complesso per gli archivi, gli studiosi e l’amministrazione, o a luoghi destinati a custodire ciò che non poteva stare nello stesso Archivio. Sette superstiti davanti a una città capace di ospitare centomila anime.
I primi. Ai margini, fra due colonne, la spedizione trova i resti di un accampamento: tende marce, focolari pieni di terra e di fiori, ciotole, sandali, fibbie, nessun corpo. Doros vi recupera i diari di una spedizione di sacerdoti partita da Aeterna diciassette anni prima. Anche loro erano arrivati fin lì, e poi erano entrati in città. All’alba Lysandros vede un enorme volatile, circondato da uno stormo di uccelli più piccoli, volare in cerchio sopra la conca, girare la testa verso di lui e sparire dietro la cupola.
L’arco e la città senza tempo. Si entra nel cuore di Umbra da un arco trionfale di ossidiana e marmo bianco, grande quanto i maggiori monumenti di Aeterna; le statue che reggono l’architrave hanno fra le dita incisioni piene di una luce azzurra che pulsa come un battito. Oltre l’arco l’aria è asciutta, immobile, senza un granello di polvere, carica di una tensione da temporale. Gli edifici sembrano ricavati da un solo blocco, senza giunture né restauri; non c’è muschio fra le pietre, né erba ai bordi, né foglie portate dal vento. Quando Arbazer sputa sul marmo, la pietra diventa porosa, assorbe il catarro e torna più pulita di prima. Sopra tutto corrono i Condotti di Umbra, diretti verso il centro; le strade si ripetono, con gli stessi archi e le stesse statue prive di volto, e ogni percorso finisce per portare alla Grande Cupola. Le porte sono lastre di marmo senza serrature; dietro le finestre, prive di vetri e d’imposte, c’è un’oscurità compatta che non riflette la luce. L’unica vita visibile sono i gufi bianchi posati sui fregi. Arbazer non smette di guardarsi alle spalle: sta aspettando, dice, «Il momento in cui smetteranno di limitarsi a guardarci.»
La piazza. Davanti alla Cupola il marmo finisce su un bordo perfetto e comincia una lastra nera e traslucida, tesa come una membrana sopra un abisso nel quale ruota la Sfera del mondo. Quando la sfera segnala qualcosa nel Sud, all’altezza di Keshar, la piazza si fa liquida: inghiotte un mercenario, un getto dei condotti dissolve Elian, un pilastro di luce dilania Doros e l’ultimo mercenario. Di loro non resta nulla, soltanto nuove pulsazioni nella rete. Lysandros, Cornelius e Arbazer raggiungono i gradini della Cupola, la cui porta d’ossidiana si apre alla mano di Lysandros.
