Sfera del mondo
Informazioni
Campo Valore Tipo Globo imperiale Luogo Sotto la piazza della Grande Cupola, Città di Umbra Costruita da Ignoto Prima apparizione L’età dei regni
La sfera del mondo è il globo che ruota sotto la piazza della Grande Cupola, nel cuore della Città di Umbra. Non ha un nome nei registri che conosco: la chiamo così perché è quello che mostra. Fuori dalla Foresta nessuno ne aveva mai sentito parlare.
Per capire perché conti, bisogna sapere che cosa ci hanno insegnato. Nelle preghiere, nei documenti e nei discorsi dei Re il Continente è il centro della creazione: oltre il Limes c’è il Barbaricum, a Sud le Sette Isole e poi, sulle carte, qualche mostro marino, due navi rovesciate e una frase in lingua antica per dire che oltre non c’è niente che valga la pena conoscere. La Chiesa colloca Aeterra al centro di ogni carta; i geografi di Thalmyra e di Cyresapolis discutono da generazioni se l’Oceano sia il limite del mondo. Io ho sempre trovato strano che quel niente continui a mandarci spezie, legni, metalli e uomini con lingue che nessun prete capisce. Ho scritto altrove che forse il Continente non è stato scelto. Forse ci hanno chiusi dentro.
Eventi nella saga
L’età dei regni
Il globo nell’abisso. Davanti alla Grande Cupola il marmo cede il posto a una lastra nera e traslucida che non è nera, ma profonda: sotto si apre una cavità senza fondo né pareti, e nel buio ruota una sfera immensa, a una distanza che l’occhio non riesce a misurare, ora chilometri più in basso, ora tanto vicina da sembrare a portata di mano. Miriadi di filamenti argentati, sottili come capelli, la avvolgono in fasci che si intrecciano e pulsano a ritmi diversi, mentre minuscoli punti di luce si accendono e si spengono sulla superficie. Lysandros cerca invano di ricondurla a un astrolabio o a un modello astronomico; poi riconosce la disposizione dei filamenti. Seguono coste, fiumi e confini. È una mappa, e la sua precisione riduce le carte più preziose dell’Accademia a scarabocchi infantili.
Una penisola. Lysandros cerca un punto familiare e trova una penisola dalla forma inconfondibile: Aeterra, il Continente, una piccola macchia di luce argentata circondata da territori tanto vasti da renderla insignificante. Le città per cui generazioni si sono fatte massacrare sono piccoli nodi di luce; i regni sono troppo piccoli perché se ne distinguano i confini. La trama argentata finisce esattamente ai confini di Aeterra, con fili recisi lungo una curva irregolare; oltre c’è un’oscurità viva, attraversata da bagliori e colori. Lysandros vede deserti sconfinati, distese di neve che avanzano e si ritirano come maree, catene montuose che attraversano intere masse di terra, foreste che si espandono e si contraggono come se respirassero, isole disposte in archi lunghi migliaia di chilometri, mari interni, fiumi più larghi di qualunque fiume conosciuto. E quel mondo non è stabile: le coste si dissolvono e ricompaiono con altri profili, le montagne sorgono dalla terra, intere regioni si accendono e si spengono, abbastanza in fretta da poterlo vedere.
Il Continente era una penisola, e neppure particolarmente grande.
Le interpretazioni. Cornelius ne trae la conclusione più semplice: «Non siamo il centro», e poi: «Siamo una penisola in un mondo immenso. E l’Impero lo sapeva.» Doros preferisce pensare a una rappresentazione simbolica; Lysandros sospetta che chi ha costruito quel luogo non conoscesse il mondo, ma lo osservasse, con lo sguardo di qualcosa capace di contemplare l’intero globo nello stesso momento. Elian nota che le linee della sfera seguono la stessa direzione dei condotti della città e che i punti più luminosi corrispondono ai centri più popolosi, primo fra tutti Aeterna: forse sono i Monumenta. «Umbra potrebbe essere il luogo dal quale l’intera realtà veniva osservata», dice. «O regolata.»
Keshar. Un suono acutissimo esce dal pavimento e fa sanguinare l’orecchio di Cornelius. Nel Sud del Continente il punto che corrisponde ad Arakhan comincia a lampeggiare: i nodi si spengono e si riaccendono, scariche rosse attraversano i filamenti come sangue sporco nell’acqua. «Keshar», mormora Doros. Elian sente che il ritmo è diventato aritmico e pensa a migliaia di morti e a Monumenta distrutti. Immensi anelli concentrici di bronzo, cristallo e luce, incisi di simboli minuscoli, cominciano a ruotare attorno alla sfera in direzioni opposte senza mai toccarsi; dal Nord e dal centro i fasci argentati si rafforzano, come se il sistema stesse deviando verso la regione ferita tutto ciò che può togliere alle altre. Cornelius avverte che dopo la Foresta potrebbero essere passati mesi, e che non sanno se stiano vedendo il presente; Lysandros pensa che la mappa possa conservare l’eco di qualcosa già avvenuto. Poi la sfera sembra salire verso di loro, la piazza diventa liquida e quattro uomini spariscono (vedi Spedizione di Lysandros a Umbra); un mercenario inghiottito dalla lastra precipita come una piccola sagoma luminosa verso la sfera.
Di Keshar, quei giorni, sappiamo dal Sud ciò che la sfera non poteva dire: l’assedio di Thalassar, il Fuoco Nero, i morti (vedi Assedio dell’Oasi di Keshar). Che la sfera lo abbia visto dal cuore della Foresta, tanto lontano dal deserto è una cosa che ancora non riesco a farmi entrare in testa.
