Arbazer
Informazioni
Campo Valore Sesso Maschio Ruolo Capitano di mercenari Incarico Capo della scorta della Spedizione di Lysandros a Umbra Origine Probabilmente Arakhan Affiliazione Compagnie di Ventura Prima apparizione L’età dei regni
Arbazer è il capitano dei mercenari, ventisei uomini lui compreso, assoldati dall’Accademia di Thalmyra per scortare dodici studiosi fino al cuore della Foresta di Umbra. Solthar non ha voluto rischiare soldati regolari in quella che molti considerano una condanna a morte: il Re ha messo il denaro, e per le lame l’Accademia si è rivolta alle Compagnie di Ventura, attraverso intermediari e lontano da Thalmyra. Gli uomini migliori hanno rifiutato. Sono rimasti quelli con debiti troppo grandi, nemici troppo potenti o abbastanza disperazione da accettare qualunque paga e qualunque destinazione; e, a comandarli, Arbazer.
Che venga da Arakhan lo dicono tutti; lui non ha mai parlato delle proprie origini.
Aspetto
È alto e magro, con la pelle nera come il carbone. Le orecchie sono coperte da piccoli anelli metallici e un cerchio d’argento gli attraversa la narice. Porta un mantello consunto dal viaggio e un numero quasi assurdo di armi: due pugnali alla cintura, una spada e un’ascia corta sulla schiena, con le impugnature lisce per l’uso e prive di decorazioni.
Personalità
Arbazer non alza la voce: non ne ha bisogno. Guarda gli studiosi con un’espressione sospesa tra il fastidio e una lontana compassione, come un pastore che deve condurre un gregge attraverso una palude sapendo che le pecore si lamenteranno del fango per tutto il viaggio. Non finge di essere un eroe. Alla domanda sul perché abbia accettato risponde che lo fa per il denaro, e per non lasciare ai topi di biblioteca gli eventuali tesori di una città sepolta; e aggiunge che nessun uomo sano di mente avrebbe accettato quell’incarico.
Dietro la ruvidezza c’è un comandante serio. Tiene la disciplina con poche regole spietate, conta i suoi uomini ogni sera, cerca sempre un nemico che si possa affrontare con il ferro e una via di ritirata. Ho conosciuto capitani come lui sul Limes: dicono che non torneranno indietro a cercare nessuno, e poi sono i primi a tornare indietro. Sono anche gli unici di cui mi sia mai fidato.
Eventi nella saga
L’età dei regni
Al limitare della Foresta. Nella radura dove finisce l’ultimo sentiero conosciuto, Arbazer si presenta agli studiosi:
«Il mio nome è Arbazer, capo di questa compagnia. Non so che cosa vi abbiano raccontato nelle vostre belle biblioteche polverose, ma quello non è un luogo adatto per fare domande.»
Poi aggiunge: «È però un luogo perfetto per morire.» A uno studioso che vanta mappe e strumenti risponde che loro hanno pergamena e inchiostro, lui uomini e lame, e che là dentro serviranno queste più di quelli. Detta le regole: restare vicini ai soldati, correre o tacere a comando, non allontanarsi, non toccare nulla, non mangiare frutti, non bere acqua, non seguire sentieri non aperti da loro. Chi scompare non verrà cercato. Quando Lysandros gli chiede perché sia lì, ride e lo chiama «ragazzo». La notte prima della partenza, quando uno studioso giura di aver sentito la voce del fratello morto chiamarlo dagli alberi, fa raddoppiare le sentinelle. Al momento di entrare dà l’ultima possibilità: «Adesso o mai più. Chi vuole tornare indietro lo faccia ora.» Nessuno si muove.
Nella Foresta. Dispone gli studiosi al centro della colonna, dodici mercenari in testa e gli altri ai fianchi e alla retroguardia. Quando un uomo gli racconta di un cervo bianco senza occhi, gli dà dell’ubriaco, ma la voce lo tradisce, e quella notte fa sequestrare il vino. Una mattina fa tendere una corda e ordina di marciare sempre dritti: dopo ore la colonna ritorna ai resti dell’accampamento della notte prima. Ogni sera conta i suoi uomini, e ogni sera sono di meno. All’uscita dagli alberi, dei ventisei della scorta restano tre: lui, un mercenario con una cicatrice che gli taglia il labbro e un uomo basso che non parla da giorni. Del viaggio ricorda poco:
«Io ricordo di aver camminato.» Guardò gli altri. «Ricordo di aver contato gli uomini.» Abbassò il braccio.
«Poi ricordo di aver smesso.»
Davanti all’accampamento marcito di una spedizione di sacerdoti di diciassette anni prima, è lui a trarre la conclusione: «Umbra non lascia andare nessuno.»
Nella città. Sotto l’arco d’ingresso fiuta l’aria: «Puzza di morte», disse, inspirando lentamente. «Ma di una morte pulita.» Tossisce e sputa sul marmo, quasi a profanarlo apposta, e vede la pietra assorbire il catarro e tornare più pulita di prima; da quel momento non smette di guardarsi alle spalle, aspettando, dice, il momento in cui i gufi bianchi smetteranno di limitarsi a guardarli. Dei discorsi degli studiosi sui condotti dichiara di non aver capito una sola parola. Davanti alla sfera del mondo cerca di trattenere Lysandros sul bordo della lastra e ordina agli studiosi di alzarsi; sta per comandare la ritirata quando la piazza comincia a urlare. Estrae la spada, che si copre di scintille e gli brucia il braccio, e la lascia cadere.
Nella corsa verso la Grande Cupola torna indietro per il mercenario basso che affonda nella lastra e tira il suo mantello finché la stoffa non si strappa; gli resta in mano soltanto un lembo, che infila nella cintura. Quando Elian si dissolve, colpisce Lysandros alla schiena per costringerlo a correre: «È morto! Corri!» Sui gradini getta la protezione della spalla, che lancia scintille, e la piazza la inghiotte. Rialza Cornelius, che delira e ride, con uno schiaffo. Quando Lysandros appoggia la mano sulla porta d’ossidiana, Arbazer gli chiede se sappia aprirla; a «No» ribatte: «Allora perché la tocchi?» Tenta di staccarlo e una scarica di luce lo scaglia contro Cornelius, qualche metro più in basso. Mentre la porta si apre, è uno dei tre superstiti della spedizione.
