Selene
Informazioni
Campo Valore Sesso Femmina Titolo Generale della Regina Popolo Amazzoni di Amana Casta Senza Seno Corpo Guerriere Scelte Patria Selve di Amana Madre Myrina Armi Arco, kriss, scudo a mezzaluna Prima apparizione L’età dei regni
Selene è una guerriera delle Amazzoni di Amana, figlia della Regina Myrina e, come la chiamano a corte, «generale della Regina». Comanda le Figlie di Amana lungo il confine orientale della Selva, dove Thalassar ha cominciato a piantare i suoi castra sempre più a fondo, tra alberi che le Amazzoni non abbattono se non per necessità.
È giovane, ma porta già addosso gli anni di addestramento che la Selva pretende dalle sue guerriere. Appartiene alla casta delle Senza Seno e non deve il comando al sangue della madre: ad Amana il sangue reale non risparmia a nessuna né il rito né le prove, e una figlia della Regina si inginocchia davanti alla Foresta come tutte le altre, cioè solo davanti a quella.
Al Nord, dove sono cresciuto io, una donna che chiedesse di guidare un esercito verrebbe mandata a curare i feriti. Da quando ho sentito parlare di Selene ho smesso di trovarlo divertente.
Aspetto
Selene ha lunghi capelli neri, raccolti in una treccia stretta e legata in più punti con sottili strisce di cuoio, perché non le intralci la corsa. In battaglia porta linee di pittura scura che le attraversano gli zigomi e la fronte; dopo una notte di pioggia e di sangue la pittura si scioglie in strisce nere lungo le guance e attorno agli occhi. Le braccia sono robuste, le gambe coperte di piccoli tagli e vecchie cicatrici, le spalle modellate dall’arco.
Indossa una protezione leggera di cuoio scuro e fibre intrecciate, piatta sul lato destro del petto, dove manca il seno, e una corta veste di strati sovrapposti di pelle morbida. Combatte con un arco dalla curvatura elegante, «ricavato da legni differenti e rinforzato lungo i bordi», con uno scudo a mezzaluna e con il kriss dalla lama serpeggiante, che usa per cercare ascelle, gole, giunture e ogni fessura lasciata aperta da una corazza.
Chi l’ha vista interrogare un nemico parla del suo sguardo più che delle sue armi:
«Nei suoi occhi non c’era odio, e neppure compiacimento: soltanto una fermezza fredda, quasi impersonale, più spaventosa della rabbia.»
Personalità
Selene è disciplinata e lucida, e sa fare la guerra nel modo in cui la fa Amana. Non imita le legioni del Continente: divide le guerriere in piccoli gruppi, sfrutta il buio, la pioggia, il terreno e il veleno, colpisce più punti nello stesso momento e sparisce prima che il nemico abbia ritrovato l’ordine. Fa da sola le ricognizioni più pericolose ed entra per prima nelle brecce.
Verso gli invasori è spietata. Per le Figlie tagliare un albero senza necessità è un sacrilegio, e gli uomini che entrano armati nella Selva per abbatterla non sono avversari da rispettare: sono profanatori che non devono tornare a casa. Selene non risparmia chi si arrende, sa usare la tortura e sa mantenere la lettera di un giuramento tradendone lo spirito. Non ne prova piacere; la sua crudeltà è uno strumento, e lei lo usa senza tremare.
Con le compagne è un’altra donna. Sa che Thalassar può riempire le file con schiavi, mercenari e contadini arruolati a forza, mentre ogni guerriera di Amana caduta lascia un vuoto nella pattuglia, nella famiglia e nella Selva. Per questo una vittoria pagata con la vita di qualche sorella non le sembra mai del tutto una vittoria, e ogni morta pesa su di lei come un debito: le ha mandate lei, e lo sa.
Con la madre il rapporto è severo e pieno di cose non dette. Davanti alla corte Myrina le parla come una Regina a un comandante, e Selene le risponde come un generale; la chiama «Madre» e subito dopo «mia Regina». Discute, insiste, a volte alza la voce, ma non usa mai la propria nascita per aggirare l’autorità della Corona.
Prima degli eventi
Selene è nata ad Amana, figlia di Myrina. Da bambina giocava con bambole di paglia e corteccia. Poco dopo il primo sangue affrontò le prove delle Matriarche, che separano le bambine più forti, rapide e resistenti dalle famiglie per avviarle ai campi di addestramento. Nel Tempio della Capitale, davanti alle radici dell’Albero Madre, gli sciamani le recisero il seno destro; a tenerla ferma era sua madre. Selene ricorda ancora il freddo delle radici contro la schiena, le mani di Myrina sulle spalle e il momento in cui capì che nessuno sarebbe venuto a salvarla.
Le Amazzoni dicono che quel taglio non serve all’arco, come credono «quegli sciocchi del Continente», ma è un patto: si rinuncia alla morbidezza, alla vita comune e al diritto di appartenere soltanto a se stesse. Selene ne è uscita guerriera, e col tempo comandante. Il titolo di generale le dà autorità sulle Senza Seno in guerra; non le dà alcun diritto sui luoghi consacrati, sulle sepolture o sui confini di Amana, che restano cosa della Regina.
All’inizio della vicenda Selene guida un gruppo di una sessantina di guerriere sul confine orientale della Selva. La sua compagna più fidata è Livia. Ha imparato che ad Amana non esistono Monumenta e che la morte non è una fine ma un ritorno: la carne nutre le radici, il sangue diventa linfa, le ossa sostengono gli alberi.
Eventi nella saga
L’età dei regni
Il castrum nella Selva. In una notte di tempesta Selene torna da una ricognizione solitaria attorno a un castrum di Thalassar costruito dentro la Selva: tre fossati pieni di pali, quattro torri, una palizzata di tronchi vivi e non più di duecento uomini, molti addormentati. Affida a Livia venti guerriere per liberare i cavalli e chiudere la strada occidentale; agli ufficiali, e solo a loro, sarà risparmiata la vita. Con le altre quaranta attraversa i fossati su ponti volanti di bambù, apre una breccia con i rampini ed entra per prima gridando «Per Amana!». Il presidio, fatto di reparti scelti, viene distrutto fra incendi, cavalli impazziti e frecce avvelenate. Selene lascia andare soltanto un ragazzo di non più di sedici anni, nascosto sotto un carro, perché racconti a Thalassar che tre fossati e duecento uomini non bastano.
Il capitano catturato da Livia rifiuta di parlare finché Selene non gli fa bruciare i piedi su foglie impregnate di resina. Alle sue invocazioni risponde: «Il vostro Silenzio non ha voce in capitolo in questa foresta.» Quando lui sostiene che quelle terre appartengono al re di Thalassar, gli ricorda chi decide i confini:
«Le vostre mappe non decidono dove termina la nostra foresta. Noi lo decidiamo»
Il prigioniero rivela tutto: Thalassar vuole le piante, i veleni, le resine e soprattutto il Legno-Ferro, perché le foreste del Regno sono quasi esaurite; ha altri tre accampamenti principali nella Selva, per quasi duemila uomini; il grosso dell’esercito è attorno all’Oasi di Keshar, e caduta Arakhan le legioni entreranno in Amana da Ovest e da Est mentre la flotta chiuderà la costa. Comanda Thalios Serakh, in quel momento ad Aeterna, e in sua assenza il generale Agrios. Selene ha giurato di lasciarlo andare e mantiene la parola: Livia gli incide l’avambraccio con un kriss avvelenato e gli taglia le corde. Alla domanda su quanto tempo gli resti, Selene risponde: «Abbastanza per scegliere in quale direzione morire.» Il capitano muore dopo pochi passi. Nelle taverne del Sud, mi è toccato ascoltare, la storia è già diventata una tortura durata giorni; io credo che siano bastati pochi minuti, e che fra un mese racconteranno che ha urlato per un’intera stagione.
Le guerriere hanno perso otto sorelle, cinque ferite gravemente e sei in modo più lieve. «Nessuna Figlia resterà qui», ordina Selene, e il corteo riporta le morte nella Selva.
Davanti alla Regina. Il ritorno alla Capitale è una marcia funebre. A Livia, che parla dei sessantamila uomini delle legioni, Selene risponde che non è soltanto questione di numeri: Thalios vuole il Legno-Ferro e il metallo che cresce tra le radici, e se Keshar cade Amana sarà la prossima. Rifiuta che le morte siano onorate come eroine: «Sono morte perché io le ho mandate in quel castrum.» Nella Sala del Trono, senza inginocchiarsi, riferisce tutto a Myrina, che già stringe una pergamena nera intercettata sul confine settentrionale: un messaggio da Aeterna a Keshar in cui il nuovo pontefice, Titus, promette che la vittoria sarà chiamata ordine e la resistenza eresia. Selene chiede di andare in aiuto di Arakhan. Myrina obietta che gli uomini del deserto non sono mai stati alleati e che fuori dagli alberi le Amazzoni perdono ogni vantaggio; Selene propone una guerra di rifornimenti bruciati, pozzi avvelenati e sentinelle sparite, «tagliarle i tendini mentre guarda altrove». La madre le ricorda il giorno del Tempio e il prezzo di un generale, poi le concede cinquecento Guerriere Scelte: non un martello, ma «un ago avvelenato». Il congedo è fronte contro fronte, uno dei rari gesti di Myrina.
Ai piedi dell’Albero Madre Selene parla alle cinquecento: non sa quante di loro rivedranno la Città Sospesa, ma la morte è un ritorno.
«Abbiamo ricevuto la nostra vita in prestito da Amana.»
Bacia il muschio e aggiunge che, se la Madre la rivorrà, gliela restituiranno; cinquecento fronti toccano la terra.
Keshar. Il contingente attraversa il deserto fuori dalle strade e distrugge due pattuglie e una squadra di foraggiatori. Thalios, informato, lascia aperto apposta un corridoio verso la città, per chiudervi dentro le Amazzoni insieme ad Arakhan; Selene lo capirà troppo tardi. A Al-Mansur, che le accoglie con disprezzo, Selene risponde che non sono venute per la sua corona: ogni soldato di Thalassar ucciso a Keshar sarà un soldato in meno davanti alla Foresta. Pretende un settore delle mura, i tetti e libertà di movimento, e quando il re rifiuta gli dice di prepararsi a perdere la città senza di loro. Al-Mansur cede.
Durante l’Assedio dell’Oasi di Keshar Selene tiene le guerriere fuori dai combattimenti per tre giorni: centoventi sul settore settentrionale delle mura, altre di vedetta, quasi duecento a preparare vie di ripiegamento sui tetti. Nell’assalto finale vede morire Mirna, una delle sue migliori cacciatrici, e tira finché le dita le sanguinano. Poi la torre più grande versa il Fuoco Nero sul camminamento e una mina scavata sotto le fondamenta fa crollare quasi venti metri di mura. Selene si ritrova fra le macerie con un frammento di mattone vetrificato nella coscia, se lo strappa da sola e torna a combattere; accanto a lei Livia ha il volto ustionato dal vapore caustico. Delle centoventi del settore nord ne restano meno di trenta.
Selene ripiega di isolato in isolato sul terreno che ha preparato, mentre comincia il sacco. Nella piazza davanti al Palazzo capisce quanto sarebbe comodo morire in cerchio gridando il nome di Amana: non dovrebbe contare le morte, né tornare davanti a Myrina e alle Matriarche. Morire richiede coraggio; sopravvivere ne chiede di più. «La città è perduta. Noi no.» Nella sala del trono Al-Mansur le indica il passaggio verso lo scolo dei canali, rifiuta di fuggire e le affida un messaggio per Myrina: Arakhan non si è inginocchiata davanti a Thalios. Selene porta il pugno al petto e promette di riferirlo.
Fuori dalle mura, dietro un crinale, la conta dura quasi un’ora: delle cinquecento ne restano duecentonovantatré. La ferita alla coscia viene ricucita; il mattone ha inciso l’osso senza spezzarlo, e da allora Selene zoppica. Rimanda ad Amana le ferite più gravi, Livia compresa, e quando l’amica protesta le appoggia la fronte contro la sua: «Finché comando io, decido io quale sangue versare.» Con le circa duecento ancora capaci di tendere un arco resta nel deserto, a caccia di pattuglie, carovane e ufficiali, finché il deserto non avrà restituito il doppio dei morti lasciati a Keshar.
Voci correlate
- Myrina
- Livia
- Damaris
- Mirna
- Nysa
- Maera
- Rashid
- Amazzoni di Amana
- Selve di Amana
- Città Sospesa
- Albero Madre
- Senza Seno
- Guerriere Scelte
- Matriarca
- Sciamani di Amana
- Madre
- Kriss
- Legno-Ferro
- Fuoco Nero
- Sifone
- Castrum
- Thalassar
- Thalios Serakh
- Agrios
- Titus
- Arakhan
- Al-Mansur
- Oasi di Keshar
- Assedio dell’Oasi di Keshar
