Tempo, stagioni, pesi e misure

Informazioni

CampoValore
TipoVita nel Continente
Le oreCampane delle basiliche, orologi ad acqua, clessidre, il sole
L’annoLe stagioni dei campi e del mare; nessun calendario comune
DistanzeIn chilometri sulle pietre imperiali, in giornate nel parlare comune
Pesi e volumiIl moggio per il grano, la libbra per le merci, la bilancia per l’argento
Vedi ancheViaggiare ad Aeterra, Denaro e mercati

L’Impero aveva un tempo solo e una misura sola, uguali da un capo all’altro del Continente, perché dietro c’erano le legioni a farli rispettare. I Regni hanno ereditato le parole e perso l’accordo: tutti contano le ore, i giorni e i moggi, e ognuno li conta a modo suo. Chi viaggia impara presto che la cosa più difficile, in un mercato straniero, non è capire la lingua ma capire quanto pesa una libbra.

Le ore

Il giorno, per quasi tutti, è fatto di luce. Si comincia all’alba e si smette al tramonto, d’estate di più e d’inverno di meno, e le ore sono quelle del sole: l’alba, il mattino, il mezzogiorno, il pomeriggio, il vespro. Chi lavora sotto terra, in Ferrata, ha un’altra misura, quella dei turni, e chi vive nel deserto un’altra ancora, quella delle ore d’acqua, che a Keshar si contano, si comprano e si ereditano.

Nelle città le ore le dettano le campane. Ad Aeterna la Prima Campana, con il suo orologio ad acqua, dà il ritmo a sette parrocchie, e le altre la seguono, più o meno puntuali. Nelle basiliche si usano orologi ad acqua e, per le cose che devono durare poco, clessidre di vetro, che a Thalmyra si fanno così precise che i maestri ci misurano le lezioni e gli studenti le odiano. Al Nord le ore le danno i corni: quello del mattino, quello del cambio della guardia, quello della sera, e un quarto che nessuno vuole sentire.

L’anno

Non esiste un calendario che valga per tutto il Continente. Gli archivi usano calendari diversi, i Regni contano gli anni dai propri Re, la Chiesa del Silenzio dai propri Pontefici, e la gente comune li conta dalle cose che ricorda: l’inverno della grande neve, l’anno della febbre, la primavera in cui è morto il vecchio Duce. Quando due persone di Regni diversi devono mettersi d’accordo su una data, di solito si mettono d’accordo su un’altra cosa.

Quello che tutti condividono sono le stagioni, e le stagioni sono quelle dei campi e del mare.

La primavera è il tempo dell’apertura. A Solthar, quando il vento di levante smette di soffiare, si celebra l’Apertura del Mare: il vescovo benedice le navi, i capitani portano in parrocchia gli elenchi degli equipaggi e la prima nave esce dal porto con un ramo d’ulivo legato alla prua. In Ferrata, quando si riaprono i passi, il Re batte sulla piazza di Isarna il Primo Ferro della stagione. A Caldor gli uomini liberi si radunano in armi al Campo delle Lance. Al Nord si semina e si contano i morti dell’inverno.

L’estate è il tempo del lavoro e della guerra: le strade sono asciutte, i fiumi bassi, e gli eserciti si muovono. Al Nord ogni maschio adulto si addestra alcune settimane per la leva; in Vindelia la mietitura comincia con il primo covone, offerto in chiesa prima che il resto entri nei granai.

L’autunno è il tempo dei conti e delle fiere: la Fiera dell’Autunno ai passi di Ferrata, le fiere d’autunno del Nord, la fiera del raccolto alle porte della Capitale di Vindelia. È anche il tempo della vendemmia e, nei frantoi di Solthar, della prima spremitura, quando l’aria dei villaggi sa di sansa.

L’inverno è il tempo della chiusura. I passi si chiudono, il mare si svuota, al Nord si ammazza il maiale alla prima gelata. A Solthar, nei giorni della Chiusura dei Registri, le banche restano chiuse, i debiti si pagano o si rinnovano davanti al tabellione e le Case condonano i debiti più piccoli dei poveri, facendo poi incidere la propria generosità sui Monumenta.

Le distanze

Le distanze, sulle pietre imperiali, si contano in chilometri, e i cippi lungo le vie dicono ancora quanti ne mancano ad Aeterna. Nel parlare di tutti i giorni, però, nessuno dice chilometri: si dice giornate, perché una giornata è una cosa che le gambe capiscono. Per le misure corte si usano le parti del corpo, come si è sempre fatto: il passo, il braccio, il piede, il palmo, e il cubito degli ingegneri e degli armaioli, dalla punta del gomito a quella del dito. Un braccio di Thalmyra e uno di Isarna, naturalmente, non sono lo stesso braccio, e i mercanti di tessuti hanno sempre il proprio regolo di legno, che non prestano a nessuno.

Pesi e volumi

Per il grano si usa il moggio, che è una misura di volume e non di peso: in Vindelia c’è il moggio regio, con il sigillo dell’anello impresso sul bordo, con cui si paga l’annona e si contano i debiti; ad Aeterna le misure ufficiali della Chiesa sono incise nel marmo dei banchi del vecchio Foro, e i mercanti devono versare il grano davanti a un pesatore prima di venderlo. Per le merci si usa la libbra, che cambia di città in città, e per l’olio e il vino l’anfora e il barile. Per l’argento si usa la bilancia, e a Ferrata le bilance dei mercati non si lasciano toccare a nessuno.

Ogni Regno, poi, ha i suoi conti di tassa, che sono misure anche loro: la quinta del minerale in Ferrata, il commerchio, un decimo del valore delle merci, nei porti di Thalassar, il sacco ogni otto dovuto al Duce al Nord, e sopra tutto la Decima, che è la sola misura uguale dappertutto.