Consorzi di pozzo

Informazioni

CampoValore
TipoSocietà minerarie
RegnoFerrata
GuidaI capi di pozzo, che posseggono le quote
ObblighiLa quinta alla Corona, il prezzo delle mani, il pane della vedova, gli uomini per la leva
Moneta propriaLe tessere di pozzo, valide soltanto negli spacci del consorzio
Vedi ancheIsarna, Denaro e mercati

I consorzi di pozzo sono le società che scavano la montagna di Ferrata. La montagna appartiene alla Corona, come tutto ciò che sta sotto l’erba, ma la Corona non scava da sé: dà una concessione, e chi la riceve mette insieme un consorzio. A Ferrata si dice che il Re possiede la montagna e i consorzi possiedono il buio, e che dei due il buio rende di più.

Come funzionano

Un consorzio nasce attorno a un pozzo. I capi di pozzo mettono il denaro, le travi, le ruote e le catene, e si dividono il pozzo in quote, che si possono vendere, ereditare, impegnare e perdere ai dadi; gli uomini scendono a lavorare a squadre di otto o dieci, con un capo squadra che risponde al capo di pozzo. Quando la vena è ricca un consorzio può arricchire tre famiglie in una generazione; quando la vena si esaurisce, gli uomini se ne vanno, le case restano vuote e il consorzio si scioglie con i suoi debiti, che di solito restano agli uomini.

Molti consorzi lavorano con denaro prestato dalle Case di Solthar, e i capi di pozzo lo restituiscono bestemmiando.

Che cosa devono

Alla Corona il consorzio deve la quinta, la quinta parte del minerale estratto, che gli ufficiali del Re pesano alla bocca del pozzo. Agli uomini deve la paga, il pane, la lampada e, se le cose vanno male, il prezzo delle mani, che la legge di Ferrata fissa per ogni dito perso, per una mano, per un occhio, per una gamba schiacciata. Alle vedove dei morti nel pozzo deve il pane della vedova, una razione di farina e di birra per un anno. Al Re, in guerra, deve i suoi uomini, armati con quello che hanno in casa, che a Ferrata è parecchio.

Le tessere di pozzo

Molti consorzi non pagano in moneta. Pagano in tessere di pozzo, dischetti di bronzo o di ferro con il segno del consorzio, che valgono soltanto negli spacci del consorzio stesso: pane, birra, lampade, stivali. Il consorzio vende allo spaccio quello che ha comprato fuori, al prezzo che decide lui, e la tessera torna al consorzio. È un giro chiuso, in cui il minatore lavora, mangia e si indebita senza vedere una moneta vera. È per questo che i ferratini pretendono dai forestieri argento autentico, e lo pretendono con una certa ferocia: sanno benissimo che cosa sia una moneta che vale soltanto dove decide chi l’ha battuta.

I conti si tengono su bastoni intagliati, spaccati per il lungo, una metà al consorzio e una all’uomo. A fine mese si mettono vicini, e se le tacche non combaciano qualcuno ha barato.

La medaglia

Ogni minatore, il primo giorno in cui scende, riceve dal consorzio la sua medaglia, un piccolo disco di ferro con il suo segno. Ogni volta che entra nel pozzo la appende alla tavola dei ganci all’imboccatura, e ogni volta che risale la riprende. A fine turno il capo squadra guarda la tavola. Una medaglia che resta appesa vuol dire un uomo che è rimasto sotto. Le medaglie dei morti non si restituiscono alle famiglie: restano appese, finché il pozzo non chiude.

I consorzi e il Regno

I capi dei consorzi siedono al Placito delle Valli, accanto ai prepositi e ai mastri, e senza di loro nessun Re di Ferrata governa a lungo: un Re che i consorzi non acclamano non trova uomini disposti a scendere nei suoi pozzi. Fra i consorzi e le fucine c’è una rivalità antica, perché i primi vendono il minerale e le seconde vendono le lame, e ciascuno pensa che l’altro guadagni troppo. Su una cosa vanno d’accordo: che i mercanti di Solthar guadagnino più di tutti e due insieme.