Assedio dell’Oasi di Keshar
Informazioni
Campo Valore Tipo Assedio Luogo Oasi di Keshar, Arakhan Guerra Guerra fra Thalassar e Arakhan Assedianti Thalassar Difensori Arakhan; Guerriere Scelte di Amana Comandanti assedianti Re Thalios Serakh, generale Agrios Comandanti difensori Re Al-Mansur; Selene Forze assedianti Circa 15.000 uomini Forze difensive Circa 8.000 regolari e 15.000 civili armati Prima apparizione L’età dei regni
L’assedio dell’Oasi di Keshar è l’operazione con cui le legioni di Thalassar cercano di prendere la capitale di Arakhan, la città che custodisce l’acqua e le vie carovaniere del deserto e apre la strada verso le Selve di Amana. Quando la vicenda comincia, l’assedio non è ancora iniziato: le legioni del generale Agrios hanno spinto gli Arakhaniani fino alla loro capitale e si preparano a chiuderla, mentre il Re Thalios Serakh è lontano, ad Aeterna, a sopportare il concilio dei Re e a ripetere che la campagna procede bene anche senza di lui.
Per Thalassar Keshar è il primo anello di un piano antico: prendere l’Oasi, poi stringere Amana da Ovest e da Est mentre la flotta chiude la costa, e impadronirsi del Legno-Ferro. A Chrysepolis tutti sanno che il piano non comincia finché Keshar non cade; nel consiglio dei Serakh si teme che, senza rinforzi per Agrios, l’assedio possa durare mesi.
Racconto l’assedio così come me l’hanno raccontato quelli che c’erano, da una parte e dall’altra. Io non c’ero, e ringrazio ogni giorno chi di dovere.
Antefatti, svolgimento e conseguenze
L’età dei regni
L’ordine che non arriva. Al concilio di Aeterna Thalios difende la guerra: Arakhan avrebbe invaso i confini di Thalassar, razziato villaggi e ucciso innocenti, e si sarebbe alleata con le Amazzoni di Amana. Poi detta a un messaggero l’ordine per Agrios: «Intensificare gli attacchi all’Oasi senza attendere il mio ritorno. Voglio che Arakhan cada il prima possibile. Conquistatela a qualunque costo.» Il messaggero non arriva mai: all’alba il suo corpo decapitato giace in una piazza in rovina di Aeterna, e chi lo fruga trova gli ordini destinati al generale. Quando Thalios raggiunge il campo nel deserto trova quindicimila uomini fermi e le macchine ancora sotto le tele.
L’editto. Poco dopo un sacerdote dell’Ordine dei Silenti gli porta l’Editto della Magna Campana: Lucius Aurelianus è morto, Titus ha il manto, nessun sovrano attenda il permesso della Chiesa per difendere l’ordine, e ognuno sarà giudicato dai risultati. Thalios capisce che Titus non gli ordina di attaccare, ma glielo concede, riservandosi di decidere dopo se la conquista sarà stata giustizia o crimine. Grida all’esercito che il Silenzio chiede risultati, e ordina: prendere i pozzi esterni, chiudere le piste, abbattere i palmeti e usarne il legno per le macchine, uccidere chi impugna un’arma e incatenare chi può lavorare, scavare o reggere un remo. Keshar non deve essere distrutta: deve continuare «a produrre acqua, grano e uomini». Intanto le Amazzoni intercettano un messaggero di Aeterna diretto a Keshar, con una pergamena in cui il Pontefice invita i governanti della città a non opporsi a chi agisce in nome del Silenzio; Myrina la legge così: se Thalios vince, la sua vittoria si chiamerà ordine; se Keshar perde, la sua resistenza diventerà eresia.
La morsa. I quindicimila uomini di Thalios, fanteria pesante, arcieri, cavalieri, genieri, mercenari e ausiliari, distruggono l’anello esterno dell’Oasi villaggio dopo villaggio e abbattono i palmeti fino alla radice. Quasi duecentomila persone si ammassano dentro la città; l’acqua viene razionata, i morti si accatastano lungo le mura interne. Al-Mansur sa di non poter vincere in campo aperto. Arma quindicimila civili con lance spuntate, vecchi archi e scudi di vimini, e prima di chiudersi dentro fa avvelenare i pozzi esterni e riempirli di carcasse; ma le carovane pagate dall’oro di Aeterna portano ogni giorno al campo nemico acqua, grano e carne salata, lungo una catena di depositi sulla costa protetta da cavalieri mercenari. «Gli invasori bevevano, mentre Keshar aspettava di morire.» Thalios, che voleva una vittoria rapida, impara la pazienza e lascia lavorare fame, sete e malattie mentre i genieri montano torri, arieti e onagri. Le prime ceste degli onagri non le riempie di pietre: le riempie con le teste degli uomini, delle donne e dei ragazzi decapitati nei villaggi, perché cadano nelle piazze e nelle cisterne e le madri riconoscano i figli.
Le Amazzoni. Ad Amana Selene convince la madre, che non considera gli Arakhaniani alleati, a concederle una forza di spedizione: cinquecento Guerriere Scelte, con due fiasche d’acqua ciascuna e scudi di Legno-Ferro soltanto per le prime file. Attraversano il deserto fuori dalle strade, correndo nelle ore fresche, e distruggono due pattuglie thalassariane e una squadra di foraggiatori, lasciando i corpi con la gola aperta e la bocca piena di foglie. Thalios, avvertito, rimanda l’assalto di qualche giorno: preferisce che le Amazzoni entrino in città e lì schiacciarle insieme agli Arakhaniani, invece di inseguirle per il deserto. «Credevo di dover conquistare un solo Regno, ma il Silenzio ha deciso di consegnarmene due.» Selene, che al momento la prende per fortuna, capirà soltanto più tardi che è stata una scelta.
Dentro la città. Al-Mansur riceve le Amazzoni con disprezzo e cede alle loro condizioni soltanto per necessità: un settore delle mura, libero accesso ai tetti, nessun obbligo di attendere i suoi ufficiali. La prima cinta cade dopo un giorno di combattimenti, aperta dagli onagri; la seconda resiste fino alla sera prima dell’assalto finale, poi i genieri di Arakhan ne incendiano le torri, distruggono i ponti verso l’ultima cinta e si ritirano portando con sé pietre, frecce, barili d’acqua e uomini. Dei regolari ne restano poco più di seimila; dei coscritti nessuno sa più il numero. Per tre giorni Selene tiene le guerriere lontane dalle cinte già perdute e le distribuisce per l’ultimo assalto: centoventi con lei sul settore settentrionale, dove si concentrano le macchine; altre di vedetta sulle torri orientali e occidentali; quasi duecento sui tetti e nei vicoli a preparare vie di ripiegamento e depositi di frecce; un piccolo gruppo sulle vie meridionali, pronto ad aprire una via di fuga.
L’assalto. Al mattino i tamburi di Thalassar scandiscono il passo di un esercito schierato per intero, perché i difensori lo vedano e lo contino. Le vinee coperte di pelli bagnate riempiono il fossato di fascine, pietre e carcasse; dietro avanzano cinque torri d’assedio. Le balliste scagliano dardi lunghi quasi due metri, gli onagri fanno esplodere i parapetti. I coscritti di Arakhan tirano troppo presto ed esultano anche quando non colpiscono nulla; le Amazzoni mirano alle fessure degli elmi, alle ascelle e alle mani sulle scale, e fanno cadere le prime scale nel fossato. Mirna, una delle migliori cacciatrici di Selene, muore con una freccia in gola. Quando le torri abbassano i ponti, i legionari escono spalla contro spalla dietro gli scudi rettangolari e spezzano la linea dei coscritti.
Il Fuoco Nero. La torre più grande non trasporta soldati: porta una fornace, con recipienti di bronzo, pompe e un lungo collo articolato, manovrato da uomini con maschere di cuoio e vesti bagnate. Il Sifone sputa sul camminamento un liquido nero che si accende un istante dopo, in un incendio scuro screziato di verde e azzurro. È il Fuoco Nero: olio, bitume, zolfo e calce viva. Gli addetti alle riserve gettano acqua, ed è l’ultimo errore di molti: l’acqua sparge il combustibile sotto le armature e fa reagire la calce in una nube bianca e caustica. Gli uomini cuociono dentro le corazze, si strappano la pelle dalle palpebre, si gettano dalle mura; il fuoco divora anche i legionari più vicini, che non possono arretrare sul ponte della torre. In alcuni punti i mattoni si vetrificano.
La mina. Mentre il fuoco tiene i difensori inchiodati su quel tratto di mura, i genieri thalassariani, che hanno scavato tutta la notte e poi sotto la battaglia, incendiano la galleria aperta sotto le fondamenta e piena di travi, pece e recipienti sigillati della stessa miscela. Una sezione della cinta larga quasi venti metri si solleva e crolla verso l’interno; una torre quadrata si spezza e cade sulle case. Selene precipita fra le macerie con un frammento di mattone vetrificato nella coscia; Livia ne esce con il lato sinistro del volto ustionato dal vapore e l’occhio sinistro perduto. Delle centoventi guerriere del settore settentrionale Selene ne vede meno di trenta. I veterani di Thalassar entrano dalla breccia calpestando anche i propri compagni sepolti; poco dopo cedono anche le mura orientali e occidentali.
I vicoli. Selene ordina il ripiegamento verso la piazza centrale, contro l’ordine del Re di tenere la posizione. Nei quartieri interni, fra passerelle, terrazze e tetti piatti, gli scudi a torre diventano ingombranti e le Amazzoni combattono sul terreno che hanno preparato: frecce avvelenate dall’alto, tegole, giare d’olio bollente, corde tese alle caviglie. Thalassar paga ogni isolato con decine di uomini, e può permetterselo. Keshar no.
Il sacco. Dentro i quartieri l’ordine dell’esercito si disfa. Gli uomini trovati nelle case vengono uccisi sul posto, vecchi o ragazzi, armati o no; le donne vengono trascinate fuori per i capelli; gli incendi passano da un tetto all’altro. Un ufficiale che tenta di fermare i suoi soldati viene ucciso da una freccia scesa da un tetto, e per gli altri è il segnale che non c’è più nessuno a comandarli. Nel mercato coperto i vincitori si inginocchiano nel sangue a raccogliere monete e si ammazzano fra loro per i piatti d’argento.
L’uscita. Nella piazza centrale, mentre il Palazzo brucia e gli ultimi regolari difendono una barricata di carri e statue abbattute, Selene capisce che morire in cerchio gridando il nome di Amana sarebbe la scelta comoda: «La città è perduta. Noi no.» Ordina alle guerriere di raggiungere la porta meridionale a piccoli gruppi ed entra nel Palazzo. Nella sala del trono Al-Mansur, in corazza di bronzo e con una trentina di guardie, le indica il corridoio dietro il trono che scende allo scolo dei canali ed esce oltre le mura, verso sud; rifiuta di fuggire con lei («Un sovrano di Arakhan non abbandona Keshar») e le affida il messaggio per Myrina: Arakhan non si è inginocchiata davanti a Thalios. Poi guida l’ultima carica gridando «Arakhan!». Le Amazzoni strisciano nel fango dello scolo e ne escono al tramonto, fra canne secche e muri crollati, dove le aspettano altre compagne arrivate per le vie stabilite prima della battaglia. Dietro di loro l’Oasi brucia.
La conta. Al riparo di un crinale di roccia, la conta dura quasi un’ora. Delle cinquecento guerriere partite da Amana ne restano duecentonovantatré. Le più gravi, Livia fra loro, tornano ad Amana con una scorta; circa duecento, ancora capaci di tendere un arco, restano con Selene, che promette di colpire le pattuglie, avvelenare l’acqua delle carovane e bruciare i carri finché il deserto non avrà vomitato il doppio dei morti lasciati a Keshar. Thalios ha conquistato l’Oasi, ma non ancora il deserto.
Il conto. Fra le tende thalassariane si sussurra, perché chi parla troppo rischia di finire appeso, di circa tremila uomini rimasti fra le macerie, i palmeti bruciati e le dune. Il Disertore stesso scrive che forse sono meno, forse di più, perché i vincitori contano gli stendardi e non i corpi. E aggiunge che nei Monumenta non resteranno le urla né i bambini trascinati fuori dalle case, ma soltanto una riga pulita:
«Keshar conquistata, Arakhan sottomessa, vittoria concessa dal Silenzio.»
Ho fatto anch’io i conti, nel mio piccolo. Cinquecento donne sono entrate in una città condannata, ne sono uscite meno di trecento, e hanno portato con sé, si dice, qualche migliaio di nemici. Nessun Re ha mai fatto un affare migliore, e nessuno lo chiamerà affare.
